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Anneliese Marie Frank, chiamata da tutti Anna, nacque a Francoforte sul Meno (Germania) il 12 giugno 1929. Il padre Otto Frank, nato il 12 maggio 1889, proveniva daOtto Frank una famiglia molto agiata ed ebbe un’educazione di prim’ordine. Purtroppo gran parte del patrimonio familiare andò perduto, a causa dell’inflazione, durante la prima guerra mondiale, in cui combatté valorosamente. Alcuni anni più tardi, nel 1925, Otto sposò una ragazza ebrea di ottima famiglia, Edith Hollander e un anno dopo, il 16 febbraio 1926, nacque la loro primogenita Margot. In seguito alle leggi razziali emanate da Hitler, nel 1933 il signor Frank decise di trasferirsi dalla Germania ad Amsterdam (Olanda), insieme alla sua famiglia. Il cognato, che viveva a Basilea, era funzionario di un’importante azienda, la Traviers & Co., che aveva una succursale ad Amsterdam, propose Otto come dirigente e, da allora, gli affari della filiale olandese della ditta prosperarono.
Le due ragazze crebbero spensierate: buone scuole, amici, divertimenti, sport, cinema, gite. Miep Gies, segretaria della ditta di Otto ed amica di famiglia, ci descrive, nei suoi ricordi, le ragazze: Margot, timida, intelligentissima, dava ottimi risultati negli studi, il suo sogno, diceva, sarebbe stato quello di fare la maestra nei nuovi territori di Israele; Anna, invece, era molto più vivace, arguta ed estroversa, ispirava simpatia solo a guardarla. La maggiore era la preferita della madre, mentre la minore era, chiaramente, la “cocca di papà”, al quale andava rassomigliando sempre di più, sia moralmente, sia fisicamente. Del resto, proprio AnnaLa piantina dell'appartamento nascosto nel suo diario, dichiara: ”…se papà approva Margot, loda Margot, accarezza Margot, io mi rodo, perché vado pazza per papà. E’ il mio grande modello, a nessuno voglio bene quanto a papà!…” (7 novembre 1942).
Le cose iniziarono a complicarsi dal maggio del 1940: i nazisti invasero l’Olanda e, per gli ebrei, iniziarono i tempi duri. Dovettero consegnare le biciclette, dovevano portare cucita addosso la stella giudaica, non potevano possedere l’automobile, non potevano usufruire del tram, dovevano fare la spesa solo in negozi autorizzati, non potevano uscire dopo le ore venti. Margot ed Anna furono iscritte al Liceo ebraico e, nonostante le restrizioni, continuarono a condurre una vita sociale molto intensa, grazie agli sforzi dei genitori, che facevano di tutto per non far pesare alle figlie questo nuovo stato di cose. Tuttavia Otto, molto previdente, stava cercando un posto sicuro dove rifugiarsi, poiché numerose famiglie ebree, con il pretesto di essere spedite nei campi di lavoro in Germania, sparivano nel nulla e, sempre più insistenti, correvano voci sulla creazione, da parte dei nazisti, delle “camere a gas”. Nel mese di luglio del 1942 una lettera gettò i Frank nel panico: era una convocazione per Margot, con l’ordine di presentarsi per un lavoro ad “est”. Non c’era più tempo da perdere: l’intera famiglia si trasferì nel “rifugio” trovato da Otto, un appartamento proprio sopra gli uffici della ditta, nella Prinsengracht 263, il cui ingresso era nascosto da uno scaffale girevole, contenente alcuni schedari. A loro si aggiunsero altri rifugiati: Herman Van Daan, socio della Traviers & Co. per il reparto spezie, sua moglie Petronella, ebrea tedesca, il figlio Peter con il suo gatto nero Mouschi e, in un secondo tempo, il dentista Albert Dussel.
Tutto sommato le condizioni dei rifugiati, pur non essendo invidiabili, erano relativamente tranquille. Al contrario di molti altri ebrei, avevano persone fidate su cui poter contare: le segretarie Elli Vossen e Miep Gies, il marito di quest’ultima Henk, il nuovo direttore della ditta Jo Koophuis, subentrato al signor Frank, il collaboratore Victor Kraler.
Dal 5 luglio 1942 le due famiglie vissero recluse nell’alloggio segreto, senza mai vedere la piena luce del giorno per via dell’oscuramento alle finestre, l’unico pezzetto di cielo poteva essere intravisto dal lucernaio della soffitta, dove tenevano ammucchiati i viveri “a lunga scadenza”, come fagioli secchi e patate.
Il rufigio di Anna FrankIl diario di Anna è una cronaca preziosissima dei giorni di quei tragici due anni: una descrizione minuziosa delle vicissitudini di due famiglie costrette a convivere in pochi metri quadrati di spazio, i caratteri degli abitanti, le piccole manie di ognuno, gli scontri, le liti, gli scherzi, i malumori, le risate e, sopra di tutto, il costante terrore di essere scoperti: “…mi sono terribilmente spaventata, ebbi un solo pensiero, che stessero venendo, chi lo sai bene…” (1 ottobre 1942). Del resto le notizie che arrivavano dall’esterno erano spaventose: intere famiglie ebree, fra cui molti amici dei Frank e dei Van Daan, erano state arrestate e deportate nei campi di concentramento, da cui, correva voce, e le notizie ascoltate di nascosto alla BBC ne davano triste conferma, nessuno era mai uscito, né vivo, né morto, semplicemente cessava di esistere come essere umano, Anna ci racconta: “…cose molto tristi, moltissimi amici e conoscenti sono partiti, per una terribile destinazione…” (19 novembre 1942).
L’arguta penna di Anna ci dipinge, quasi come un pennello, i caratteri degli altri reclusi, parla di Hermann Van Daan: “…Il signor Van Daan ed io litighiamo sempre, invece va molto d’accordo con Margot…” (21 agosto 1942), “…Interferisce su qualsiasi cosa… lascia cadere dall’alto la sua opinione, anche quando non sarebbe il caso… la sua opinione vale più di quella altrui…bella testa, ma anche un gran presuntuoso..”, di Petronella Van Daan: “…in certe giornate non si può nemmeno guardarla in faccia…mettere zizzania è facile tra la signora Frank ed Anna… a tavola non si fa certo privazioni… laboriosa, allegra, civetta… volgare come una pescivendola…”, del dottor Dussel: “… antiquato e pedante, pignolo in maniera esasperante, perfino negli orari in cui si ritira nella toilette, porta occhiali di corno, pantaloni tirati fino al petto, giacca rossa e pantofole nere…”. Discorso a parte meritano i rapporti di Anna con Peter, descritto all’inizio come: “…uno scioccone che non ha ancora sedici anni, noioso e timido, dalla cui compagnia c’è poco da aspettarsi…” (14 agosto 1942), diventò poi il confidente della ragazza. Soli in un ristretto mondo di adulti, adolescenti costretti ad una clausura forzata in un mondo che non garantiva alcuna certezza, senza compagnia di coetanei, entrambi bisognosi d’affetto, fu inevitabile che l’amicizia sfociasse in un flirt adolescenziale: “…Peter ed io soffriamo entrambi di conflitti interiori… troppo malcerti e delicati per essere trattati rudemente…” (7 febbraio 1944), “… le nostre madri non hanno la minima comprensione per noi…” (2 marzo 1944). Ma l’energica Anna, pur continuando a rimanere affezionata al ragazzo, se ne distaccò molto presto:“…Peter è buono e caro, però molte cose di lui mi deludono…molto arrendevole… geloso della sua intimità…” (14 giugno 1944), “…gli manca uno scopo ben definito… Non ha religione, bestemmia, è attratto dalla vita facile…”, “…mi sono creata una sua immagine secondo i miei sogni, avevo bisogno di un essere vivente con cui sfogarmi, di un amico che mi aiutasse… non so se lui sia superficiale o solo timido…” (15 luglio 1944).
Cosa faceva Anna, l’adolescente irrequieta, tutto il giorno? La mattina era uno dei momenti più difficili della giornata: dalle 8.30 alle 12.30, bisognava stare fermi e zitti per non far trapelare il minimo rumore al personale estraneo dell’ufficio sottostante, non camminare, bisbigliare solo per stretta necessità, non usare la toilette. Durante queste ore, con l’aiuto del signor Frank coltissimo per suo conto, i ragazzi studiavano per non rimanere indietro nelle materie scolastiche. A parte Margot, definita vero topo di biblioteca, Anna detestava la matematica, la Anna Frank geometria, e l’algebra, adorava la storia, le materie letterarie e seguiva un corso di stenografia per corrispondenza. Aveva poi i suoi interessi personali: la mitologia greca e romana, la storia dell’arte, studiava meticolosamente tutti gli alberi genealogici delle famiglie reali europee e nutriva una passione per il cinema, fino al punto di tappezzare le pareti della sua cameretta di foto delle star. Oltre a tenere aggiornato il suo amatissimo diario, del quale era anche assai gelosa, scriveva moltissimo: “…il Sogno di Eva è la mia migliore novella, la vita di Cady contiene molto di buono, ma nel complesso non vale nulla…” (4 aprile 1944). Il suo sogno segreto era diventare scrittrice: “… bisogna che studi per andare avanti, per diventare giornalista, come voglio…”, “…chi non scrive non sa quanto sia bello scrivere… se non avrò abbastanza ingegno per fare la scrittrice o la giornalista, potrò sempre scrivere per me stessa… voglio continuare a vivere dopo la mia morte… qualcosa di me che rimanga… allora avanti, coraggio, ci riuscirò, perché a scrivere sono decisa!” (4 aprile 1944).
Come tutti gli adolescenti era in continuo conflitto di amore – odio con gli adulti, soprattutto con la madre, un po’ di meno con il padre, suo grande modello: “…ieri c’è stato un terribile litigio. Mamma ha fatto una scenata e ha raccontato a papà tutti i miei peccati, poi ci siamo messe a piangere…ho detto a papà che voglio molto più bene a lui che alla mamma…” (3 ottobre 1942), “…è mamma quella che più mi pesa sul cuore, non posso rinfacciarle il suo sarcasmo, ma non posso sempre essere colpevole… non giudico il carattere della mamma perché non posso giudicarlo… ho idee, ideali e piani miei propri…” (7 novembre 1942), “…ho tantissima pietà per la mamma, perché, per la prima volta nella mia vita, ho notato che il mio contegno freddo non la lascia indifferente… è lei che mi ha respinto, con le sue osservazioni…”, “…vago da una camera all’altra… mi sembra d’essere un uccellino a cui abbiano crudelmente strappato le ali, chiuso dentro una gabbia… fuori all’aria fresca e ridi! Grida una voce dentro di me…” (29 ottobre 1943).
Intanto nel mondo esterno le notizie erano sempre più tragiche, la polizia nazista, con l’aiuto dei collaborazionisti olandesi, compivano ogni sorta di razzie e di retate: un uomo tornava a casa dal lavoro o una donna dalla spesa e trovavano la casa deserta, ed i familiari scomparsi, i bambini tornavano a casa da scuola e non trovavano più i genitori, la casa sbarrata e rimanevano soli al mondo senza nemmeno sapere il perché, i beni delle persone scomparse, ebrei o loro parenti, erano confiscati dalle autorità tedesche. Anche coloro che aiutavano queste persone disperate, spesso alla forsennata ricerca di un luogo sicuro, ossia un nascondiglio (proprio come avevano fatto i Frank per tempo), correvano gravissimi pericoli, poiché la Gestapo aveva iniziato a praticare la tortura in maniera indiscriminata. L’Olanda versava in uno stato di povertà, procurarsi il necessario per vivere era diventato un’impresa per tutti: ci si arrangiava con la Borsanera, inoltre i rifugiati, essendo “civilmente scomparsi” non avevano nemmeno diritto ai tagliandi annonari per ricevere i viveri razionati. Si arrangiavano tramite le conoscenze prebelliche e la distribuzione clandestina, Anna ci racconta che la loro dieta era basata su ortaggi, anche marci, fagioli ammuffiti, cavoli, rarissimi pezzetti di carne, e, soprattutto, patate, tante patate: pelare le patate occupava gran parte dei pomeriggi dei rifugiati.
Al primo agosto risale l’ultima pagina del diario di Anna, poi più nulla. Venerdì 4 agosto 1944, durante una tranquilla mattina, che sembrava come tutte le altre, la polizia tedesca, guidata da Silberbauer, un collaborazionista olandese, fece irruzione nell’ufficio e nell’alloggio segreto, grazie ad una spiata: tutti i rifugiati ed i loro soccorritori vennero arrestati. Si salvarono solo Elli Vossen, perché creduta estranea, Miep Gies grazie alle sue origini viennesi, il marito Henk che, in quel momento, era altrove. Fu proprio Miep, passato il primo momento di panico, che si occupò di salvare il salvabile: nel disordine dell’irruzione nell’alloggio segreto tutto era gettato per terra, fu lì che trovò il diario di Anna, lo prese e lo conservò, anche Muoschi, il gatto di Peter trovò in lei la sua salvezza.
I binari che conducono all'interno del campoL’8 agosto i Frank ed i Van Daan furono trasferiti nel campo di Westerbork, nella regione della Drente (Olanda). Questo, era un campo di smistamento da cui, il 3 settembre 1944, partì l’ultimo convoglio di deportati per il campo di sterminio di Auschwitz (oggi Oswiecim, Polonia). Erano in tutto 1019 persone. Solo 200 chilometri li separavano, in linea d’area, dalle truppe alleate, che avevano occupato Bruxelles. Arrivarono ad Auschwitz il 6 ottobre e, nello stesso giorno, furono mandati nella camera a gas 550 dei nuovi sopraggiunti, fra cui tutti i bambini al di sotto dei quindici anni. Le donne furono trasferite nel vicino campo di Birkenau ed Otto Frank non rivide mai più la moglie e le figlie. Margot ed Anna furono colpite dalla scabbia e ricoverate in un reparto apposito, Edith Frank le seguì per non lasciarle sole. Rimase con loro fino al 28 ottobre, quando le due sorelle furono trasferite a Bergen Belsen (Hannover, Germania). Edith rimase ad Auschwitz, ove, morì di denutrizione e di dolore il 6 gennaio 1945. Bergen Belsen, non era un campo di sterminio, ma di scambio, non esistevano camere a gas, per cui rimaneva ancora una speranza di salvezza sia per le due sorelle, sia per la signora Van Daan, trasferita insieme a loro. Purtroppo, a causa dell’enorme numero di persone, il campo era in condizioni disastrose, non c’era da mangiare ed erano scoppiate alcune epidemie; inoltre, una settimana dopo il loro arrivo, una violenta grandinata aveva spazzato via la tenda in cui stavano. La sovrappopolazione continuava ad aumentare e le condizioni igieniche e sanitarie erano inesistenti. Nel mese di febbraio le Frank furono colpite dal tifo: una delle donne sopravvissute si ricorda di aver visto, in pieno inverno, che Anna, nelle allucinazioni provocate dalla febbre, aveva gettato via tutti i vestiti e si teneva stretta addosso solo una coperta delirando di alcune bestioline che le camminavano addosso, poi mormorava in maniera desolata: “…non ho più la mamma né il papà, non ho più niente...”. Malate, denutrite, le due ragazze si spegnevano ogni giorno di più. Margot morì per prima, quando fu trovata era ormai rigida, Anna resistette altri due giorni. Tre settimane più tardi le truppe Alleate inglesi liberarono il campo di prigionia.
L’unico sopravvissuto fu Otto che, appena liberato, tornò in Olanda, direttamente a casa dei fedeli Miep ed Henk. Sapeva già della morte della moglie, ma solo molto tempo dopo venne a sapere la sorte delle due figlie: aveva perso tutta la sua famiglia. In un secondo momento s’informò sulla sorte degli altri rifugiati: Herman Van Daan era stato mandato nella camera a gas, ad Auschwitz, proprio sotto i suoi occhi; la moglie morì a Buchenwld, proprio nel giorno in cui il campo veniva liberato, Peter era morto nel campo di Mauthausen, Albert Dussel era deceduto nel campo di Neuengamme.
Il diario di Anna fu pubblicato, con il permesso di Otto Frank, nel 1947, con il nome di “Het Achterhuis”, cioè il Retrocasa. Ancora oggi è possibile visitare l’alloggio segreto in Prinsengracht 263, che la Fondazione Anna Frank mantiene intatto, come allora.
 

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