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Tommaso Campanella

2012-02-03

TOMMASO CAMPANELLA (1568-1639)

I - II - III - IV

Tommaso Campanella, Collezione Camillo Caetani, Sermoneta, Italia
Io nacqui a debellar tre mali estremi:
tirannide, sofismi e ipocrisia

Biografia

Giovanni Domenico Campanella nasce a Stilo (Reggio Calabria) nel 1568 da una famiglia di origine contadina. Il padre era un povero ciabattino, ma siccome s'era accorto dell'ingegno precoce del figlio lo fece entrare nei domenicani all'età di 13 anni, e qui il giovane sceglierà il nome di Tommaso.

I primi studi, da novizio, li fa nel convento di Placanica, poi in quello di San Giorgio Morgeto; gli studi superiori li fa invece a Nicastro dal 1585 al 1587 e poi, a vent’anni, a Cosenza, dove affrontò lo studio della teologia. In tutti questi anni prese a leggere anche libri che la chiesa aveva messo all'Indice, come p.es. l'Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, ma anche le opere di Marsilio Ficino (favorevole alle religioni pagane e orientali) e soprattutto di Bernardino Telesio, filosofo cosentino, il cui De rerum natura iuxta propria principia fu per lui una rivelazione, poiché aveva finalmente capito che la natura poteva essere osservata e indagata con i sensi e la ragione e non con la teologia. Decise di andare a trovare questo filosofo facendo un viaggio a piedi di due mesi, ma quando arrivò a Cosenza, nel 1588, fece soltanto in tempo a deporre un carme in latino sulla tomba di lui, appena morto.

Sulle basi della filosofia di Telesio scrive la sua prima opera, Del senso delle cose, nettamente antiaristotelica e antiscolastica, che poi ripubblicherà nel 1604 col titolo Del senso delle cose e la magia. Il De sensu rerum et magia era stato scritto in latino nel 1590, ma poi venne rubato da alcuni frati a Bologna nel 1592 e verrà usato nel processo per eresia a suo carico. Lui lo riscriverà a memoria in italiano nel 1604, in seguito nuovamente in latino, e lo pubblicherà finalmente a Francoforte nel 1620 e ripubblicherà a Parigi nel 1637.

Intanto l'entusiasmo per l'animismo universale di Telesio gli procura le prime accuse di eresia e la prima segregazione nel convento di Altomonte, da dove però fugge nel 1589, andando a Napoli, presso il cenacolo di Giambattista della Porta, dove approfondisce studi, già iniziati in Calabria, di alchimia, astrologia, magia, medicina e anche di cabala, e dove pubblica nel 1591, in otto volumi, un'opera già iniziata nel convento suddetto, la Philosophia sensibus demonstrata, rivolta contro un giurista e filosofo napoletano, Jacopo Antonio Marta, avversario di Telesio. In essa Campanella ribadisce la sua adesione al naturalismo di Telesio, inquadrato però in una cornice neoplatonica, di derivazione ficiniana, per la quale le leggi della natura non mantengono più la loro autonomia, come in Telesio, ma sono spiegate dall'azione creatrice di dio, dal quale deriva anche l'ordine provvidenziale che governa l'universo: era il suo primo tentativo di sottrarsi alla censura dell'Inquisizione. Questi tentativi di conciliare fede e ragione saranno una costante della sua vita, ma per la chiesa non risulteranno mai sufficienti per risparmiargli il carcere e le torture.

Da subito infatti il tribunale domenicano dell'Inquisizione non può accettare che la Philosophia sensibus demonstrata si ponga contro Aristotele e San Tommaso a favore di Telesio, per cui, dopo averlo fatto arrestare col pretesto di "pratiche demoniache", lo costringe, nel 1592, a otto mesi di detenzione, promettendogli la libertà solo a condizione di rinunciare alla filosofia telesiana e di rientrare in Calabria. Campanella promette ma poi si reca a Firenze, sperando di ottenere dal Granduca Ferdinando I de' Medici una cattedra a Pisa o a Siena, il quale però gliela nega, limitandosi a un semplice sussidio, avendo ottenuto informazioni negative sul suo conto da parte del cardinale Del Monte.

Ciò spinse il Campanella a lasciare Firenze per Bologna, dove il Sant'Uffizio, che lo sorvegliava, per mezzo di due falsi frati, gli ruba i manoscritti che si porta con sé, per poterli esaminare in cerca di prove a suo danno. Temendo il peggio, lascia Bologna nel 1592 per Padova, dove si iscrive come studente spagnolo, sotto falso nome, all'Università, per seguire i corsi di medicina. Qui conosce per la prima volta Galileo Galilei, di cui rimane entusiasta. Lo stesso Galilei gli consegna una lettera del Granduca di Toscana, che probabilmente lo invitava a rientrare a Firenze.

Ai primi del 1593 egli è ospite, a Padova, del convento di Sant'Agostino. Qui, tre giorni dopo il suo arrivo, il Padre generale del convento viene notte tempo sodomizzato da alcuni frati, senza che egli possa identificarli, e perciò, fra i vari sospettati, anche il Campanella viene messo sotto inchiesta, da cui però uscì innocente.

Dal '93 al '94 scrive diverse opere, tra cui il trattato Della monarchia dei cristiani (andato perduto), in cui enuclea il tema di fondo della sua concezione politico-teocratica, l'unificazione di tutti i popoli sotto un'unica legge, insieme civile e religiosa, a patto che si attui la riforma del clero. Proprio in quegli anni tuttavia viene di nuovo arrestato dall'Inquisizione, che da tempo lo teneva sotto controllo. Questa volta, in maniera più circostanziata, lo accusano:

  1. di aver scritto l'opuscolo De tribus impostoribus (Mosè, Gesù e Maometto), diretto contro le tre religioni monoteiste, libro a noi sconosciuto, che sarebbe stato scritto ben prima della nascita di Campanella;
  2. di sostenere le opinioni atee di Democrito, sulla base del suo scritto De sensu rerum et magia, rubatogli a Bologna;
  3. di essere oppositore della dottrina e dell'istituzione della Chiesa;
  4. di essere eretico perché panpsichista e ilozoista;
  5. di aver disputato su questioni di fede con un giudaizzante, forse condividendone le tesi, e di non averlo comunque denunciato;
  6. di aver scritto un sonetto contro Cristo, il cui autore sarebbe stato però, secondo Campanella, Pietro Aretino;
  7. di possedere un libro di geomanzia, che in effetti gli fu sequestrato al momento dell'arresto.

Viene torturato insieme a due imputati presunti giudaizzanti, Ottavio Longo, originario di Barletta, e Giovanni Battista Clario, di Udine, medico dell'arciduca Carlo d'Asburgo, al fine di ottenere una confessione. Siccome gli amici cercano di farlo evadere, il Sant'Uffizio chiede la sua estradizione a Roma nel 1594, intenzionato ad accusarlo di altre eresie trovate nel libro De sensu rerum. Qui viene incarcerato nella stessa prigione in cui si trovano Giordano Bruno (che verrà arso vivo nel 1600) e Francesco Pucci (decapitato e arso sul rogo nel 1597).

Per difendersi dalle nuove accuse di essere oppositore della Chiesa, Campanella scrive il De regimine ecclesiae (a favore del papato), cui fece seguito, nel 1595, per contestare l'accusa di intesa coi protestanti, il Dialogum contra haereticos nostri temporis et cuisque saeculi e, a difesa dell'ortodossia di Telesio e dei suoi seguaci, scrive la Defensio Telesianorum ad Sanctum Officium. La tortura cui fu sottoposto nell'aprile del 1595 segnò la pratica conclusione del processo: il 16 maggio Campanella abiurava nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva, con una corda al collo e il capo chino, e veniva confinato nel convento domenicano di Santa Sabina, sul colle Aventino.

Alla fine del 1596 viene liberato dal confino di Santa Sabina e assegnato al convento di Santa Maria sopra Minerva; intanto, a Napoli, un concittadino di Campanella, condannato a morte per reati comuni, Scipione Prestinace, prima di essere giustiziato il 17 febbraio 1597, forse per ritardare l'esecuzione, denunciava di eresia diversi suoi conterranei e il Campanella in particolare, che così, il 5 marzo, fu nuovamente arrestato. Il processo si concluse il 17 dicembre 1597 con una sentenza di assoluzione, ma Campanella viene diffidato dallo scrivere ed è confinato in Calabria.

Sperando di liberarsi della sua difficile situazione giudiziaria, Campanella scrive subito il Discorso ai prìncipi d'Italia, in cui offre la monarchia universale al re di Spagna, ma non ha alcun effetto pratico. Scrive anche altre opere di minora importanza: l'Epilogo magno (Epilogismo), destinato a essere integrato nella successiva Philosophia realis, il Prodromus philosophiae instaurandae, pubblicato nel 1617, l'Arte metrica, dedicata al compagno di sventura Giovan Battista Clario, la Poetica, dedicata al cardinale Cinzio Aldobrandini, e i perduti Consultazione della repubblica Veneta, Syntagma de rei equestris praestantia, De modo sciendi e Physiologia.

Ai primi del 1598 Campanella prese la via di Napoli, dove si fermò diversi mesi, dando lezioni di geografia, scrivendo le perdute Cosmographia e Encyclopaedia facilis, e terminando l'Epilogo Magno. In luglio s'imbarcò per la Calabria: sbarcato a Sant'Eufemia, raggiunse Nicastro e da qui, il 15 agosto, Stilo, ospite del convento domenicano di Santa Maria di Gesù, dove scrisse il piccolo trattato De predestinatione et reprobatione et auxiliis divinae gratiae, nel quale afferma la dottrina cattolica del libero arbitrio.

In un abbozzo dei suoi Articuli prophetales parla dell’attesa del nuovo secolo (il XVII) che gli sembra annunciato da fenomeni straordinari: inondazioni del Po e del Tevere, allagamenti e terremoti in Calabria, il passaggio di una cometa, profezie e coincidenze astrologiche. Unisce queste cose al desiderio di liberare la Calabria dai soprusi dei nobili, dalla corruzione del clero, dalle violenze degli occupanti spagnoli. E così si mette a capo di una rivolta popolare contro i clerico-spagnoli, ottenendo l'appoggio di una trentina frati, vari banditi (fra il 1559 e il 1563 il bandito valdese Marco Berardi di Mangone era riuscito in Calabria a costituire un piccolo esercito), alcuni piccoli nobili, persino alcuni vescovi, nonché di un'armata turca di 36 vascelli: i calabresi in tutto arrivavano a circa 150 persone. Lo scopo era quello di fare della Calabria "una repubblica dei poveri", comunistica e teocratica.

Il disegno viene scoperto a causa della delazione di due congiurati (Fabio de Lauro e Giambattista Biblia) nel 1599: lo stesso Campanella viene tradito e arrestato. Incarcerato a Castelvetere, firmò una confessione nella quale fece i nomi dei principali congiurati, negando ogni sua partecipazione all'impresa. Ma le testimonianze dei suoi complici erano concordi nell'indicarlo come capo della cospirazione.

Trasferito a Napoli insieme ai suoi compagni rivoltosi, Campanella fu rinchiuso in Castel Nuovo. Il 23 novembre 1599 avvenne il riconoscimento formale dell'accusato. Il Santo Uffizio non ottenne dall'autorità spagnola che i religiosi imputati - Campanella e altri sette frati domenicani - fossero trasferiti a Roma, sicché papa Clemente VIII, l'11 gennaio 1600, nominò il nunzio a Napoli, Jacopo Aldobrandini e don Pedro de Vero, che fu fatto ecclesiastico per l'occasione, giudici nel processo che si sarebbe tenuto a Napoli.

Il viceré conte di Lemos, nelle relazioni spedite al re spagnolo Filippo III, chiese di poter fare un processo per eresia e ribellione, ma per la prima accusa, essendo in causa dei frati, occorreva il permesso della Santa Sede, che però non concederà. Nel frattempo si procedeva a torture ed esecuzioni a carico dei laici rivoltosi. La repressione a Catanzaro fu durissima e macabra, al fine di terrorizzare la popolazione: i colpevoli vennero arrotati, tanagliati e uccisi con la garrota, i loro corpi appesi per un piede nella piazza e dopo 24 ore squartati: le loro case sono abbattute e i beni confiscati.

Campanella venne rinchiuso nel torrione del Maschio Angioino, in isolamento, e di tanto in tanto lo seppellivano nella fossa "del miglio", umida e buia, affinché confessasse tutto. Ma lui continuava a negare, dicendosi estraneo e accusando altre persone, che però indicavano proprio lui come capo della rivolta. Allora si procedette alla tortura e dopo alcune sedute egli iniziò a fare alcune ammissioni di responsabilità. Le autorità spagnole avevano intenzione di eliminarlo, ma si trovarono improvvisamente impedite dal farlo a causa dei segni di evidente pazzia di Campanella (secondo il diritto dell'epoca infatti i folli non potevano essere condannati a morte).

Il 10 maggio 1600 il tribunale del Sant'Uffizio iniziò l'esame della causa di eresia contro di lui. Le accuse erano gravissime: è ateo, nega la resurrezione di Cristo, i suoi miracoli, la verginità di Maria, il valore dei sacramenti, l'immortalità dell'anima e altro ancora. Campanella restava muto, svagato, fingeva di non capire. Provarono a torturarlo in varie maniere per vedere se simulava la pazzia, e finalmente nel 1603 i giudici, convinti che fosse veramente pazzo, gli commutarono la pena di morte nel carcere a vita.

Inizialmente, dal 1604 al 1608, la pena venne scontata a Napoli, in Sant'Elmo, dentro una fossa oscura sottoterra, che si riempiva d'acqua quando pioveva. Speravano che morisse ma non avevano fatto i conti col suo fisico eccezionale, pur ridotto allo stremo. A quel punto però decisero di assegnargli una detenzione più blanda, in Castel dell'Ovo e in Castel Nuovo, dove rimase sino al 1626. Quando ne verrà liberato ricorderà spesso questo trattamento disumano, anche allo scopo di dimostrare che se era riuscito a sopravvivere lo doveva a una speciale protezione divina.

Trascorse 27 anni in prigione a Napoli, durante i quali scrisse, servendosi della complicità di amici e ovviamente di carcerieri venali, le sue opere più importanti, rinunciando agli atteggiamenti da folle: La Monarchia di Spagna (1600), auspicando per essa un governo mondiale, Aforismi Politici (1601), Il senso delle cose e la magia (1604), che è opera fondamentale per conoscere, dopo Telesio, i principi del naturalismo italiano, l'Atheismus triumphatus contro la ragion di stato e le dottrine di Machiavelli (1605-1607), che ponevano la politica al disopra dell'etica, Quod reminiscetur (1606), i diciotto libri della Metaphysica (1609-1623), i trenta libri della Theologia (1613-1624), e la sua opera più famosa, La città del sole (1602), in cui vagheggiava l'instaurazione di una felice e pacifica repubblica universale retta su principi di giustizia naturale.

Egli addirittura intervenne nel primo processo contro Galileo Galilei con la sua coraggiosa Apologia di Galileo (1616), che spedì allo stesso Galileo invitandolo a resistere all'Inquisizione. Fu tra i pochissimi intellettuali a prendere le sue difese. Galilei, temendo di aggravare la sua già precaria situazione giuridica (abiurerà nel 1633), evitò di rispondergli. L'Apologia verrà stampata in Italia soltanto nel 1846, all'interno delle Opere di Galilei. Quando il libro fu pubblicato in Germania e l'editore provvide a mandarne copie in Italia, a Roma se ne proibì immediatamente la vendita e a Napoli Campanella fu di nuovo torturato, anche se cercò di difendersi dicendo ch'essa aveva incontrato i favori del cardinale Bonifacio Caetani. La prima versione integrale e critica dell'Apologia fu quella curata da Luigi Firpo nel 1968.

La Città del Sole, ritoccata nel 1613, sarà pubblicata a Francoforte nel 1623. Poté far questo perché nel 1613 aveva potuto ricevere in carcere la visita di Tobia Adami, un editore luterano tedesco che gli pubblicherà alcune cose in Germania.

Fu infine scarcerato nel 1626, grazie a una petizione dei domenicani calabresi rivolta al re di Spagna e all'interessamento di Maffeo Barberini, arcivescovo di Nazareth a Barletta, poi papa col nome di Papa Urbano VIII, che personalmente intercedette presso Filippo IV di Spagna. Dopo un mese però venne di nuovo arrestato e condotto in catene a Roma, dove gli fecero sapere che su alcune sue opere pendevano ben 80 censure. E così fu portato a Roma e tenuto per qualche tempo presso il Sant'Uffizio, in carcere, finché venne liberato definitivamente il 27 luglio 1628 per interessamento di papa Urbano VIII, di cui fu consigliere per cinque anni per le questioni astrologiche. Il papa, contro il parere del generale dell'Inquisizione, lo riabilitò e lo insignì anche del titolo di Magistero in teologia; addirittura gli prospettò la possibilità di gestire la politica missionaria della Santa Sede e di partecipare - ironia della sorte - alla direzione del Sant'Uffizio.

Nel 1634 però una nuova cospirazione antispagnola scoperta a Napoli, organizzata da uno dei suoi seguaci, Tommaso Pignatelli (domenicano calabrese), gli procurò nuovi problemi. Pignatelli aveva cercato di uccidere il viceré di Napoli e per questo era stato strangolato in carcere. Le autorità spagnole erano convinte che il mandante fosse proprio il Campanella.

Con l'aiuto del cardinale Barberini e dell'ambasciatore francese de Noailles, egli riuscì a fuggire, sotto falso nome, in Francia, dove fu benevolmente ricevuto alla corte di Luigi XIII, che lo fece diventare consigliere del cardinale Richelieu, cui dedicò De sensu rerum et magia, in cui gli proponeva di fondare La città del Sole, e per il quale prestò assistenza nella lotta contro i protestanti, nei confronti dei quali infatti non godeva simpatie, anche se chiedeva ai papi di sostituire il latino col volgare nel rituale cattolico. Campanella s'era convinto che tutti i suoi progetti teocratici di governo mondiale da affidare ora alla Spagna ora alla Santa Sede era falliti, per cui cominciò a pensare dovesse essere la Francia a realizzarli e lo dimostrò pubblicando la Monarchia delle Nazioni (1635), senza però ottenere alcun riscontro effettivo, anche perché in Francia si preferivano di gran lunga le opere di Jean Bodin.

Nel 1637 curò la pubblicazione in latino della Città del Sole, attenuandone il contenuto eterodosso. L'anno dopo, in occasione della nascita del futuro Luigi XIV (1638-1715), ne detta l'oroscopo in cui scrisse, con straordinaria esattezza: "Erit puer ille luxuriosus sicut Henricus Quartus, et valde superbus. Regnabit diu, sed dure, tamen feliciter. Desinet misere, et in fine erit confusio magna in religione et in imperio". ("Sarà un ragazzo lussurioso e molto superbo come Enrico IV. Regnerà a lungo, ma con difficoltà, benché con buon esito. Finirà infelicemente e, a conclusione, ci sarà una grande confusione sia in ambito religioso sia nello stato.")

Continuò a trovarsi in ristrettezze economiche, poiché i sussidi che riceveva dal Richelieu e dal papa erano molto risicati. Non riuscì ad ottenere alcun insegnamento, anche se la Sorbona lo gratificò di qualche stima e gli permise di stampare alcune sue opere. Ebbe dissensi filosofici con Gassendi a proposito delle teorie atomistiche e accusò il Naudé di appropriarsi abusivamente delle idee delle sue opere. In realtà le sue idee in Francia venivano considerate poco originali, anzi superate dai tempi.

Passò il resto dei suoi giorni al convento parigino di Saint-Honoré, aspirando a diventare missionario in Etiopia, poiché si sentiva emarginato in Francia. Il suo ultimo lavoro fu un poema che celebrava la nascita del futuro Luigi XIV (Ecloga in portentosam Delphini nativitatem). Sino all'ultimo sperò di tornare in Italia, ma la morte lo colse il 21 maggio 1639, dopo che aveva previsto l'eclissi del 1° giugno successivo, sentendola a lui funesta.