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Sartre, Il muro

 

Quando a metà febbraio del 1939 Il muro arriva nelle librerie francesi, il nome di Jean Paul Sartre è già noto. Aveva pubblicato, qualche mese prima, un altro libro, La Nausea, titolo con cui Sartre si impose prepotentemente all’attenzione della critica, tanto da arrivare finalista in molti premi letterari tra i più rinomati di Francia. Con Il muro Sartre irrompe nel palcoscenico culturale, quando siamo già agli inizi della Seconda Guerra Mondiale. Questo libro viene giudicato subito come ‘libro di rottura’ e per lo stile innovativo e per la scelta lessicale, decisamente cruda e d’impatto. Con la conseguenza che si grida presto ‘allo scandalo’, ‘all’indecenza’. I cinque racconti de Il muro vertono tutti intorno ai temi principali dell’esistenza: morte, follia, claustrazione, impotenza e frigidità, perversione ed assassinio, omosessualità e malafede. Siamo in pieno esistenzialismo. Nessuno come Sartre dimostra autorità in questo campo tanto scivoloso e soprattutto tanta spregiudicatezza. Ma Sartre sa il fatto suo. E lo dimostra in questi racconti. Leggendoli il lettore si trova faccia a faccia con le sue paure più feroci, che si cerca per un’intera vita di ricacciare nell’abisso dell’animo. Sartre vi si reca -in questo abisso-  e ne tira fuori una sconcertante rassegna di incubi. Lo sappiamo, la sua visione dell’esistenza è stata spesso all’insegna del pessimismo. Del più nero nichilismo. Se per nichilismo intendiamo lucida ammissione di inutilità per quanto attiene ogni sforzo umano ed individuale che pretenda di valicare la frontiera del caduco e del transeunte. L’uomo non deve vivere nell’illusione di immortalità. E ce lo dice fin dalle prime battute. “Qualche ora o qualche anno d’attesa è assolutamente la stessa cosa, una volta che si è perduta l’illusione d’essere eterni”. Il comportamento di chi arriva con difficoltà a questa consapevolezza non può ch’essere che di sincera ilarità. Si può finalmente ridere delle miserie umane: guardarle con freddo distacco. Ma non è solo il tema dell’effimero a dominare la penna di Sartre. Molto altro aspetta il coraggioso lettore. Lo stile è sicuramente più istintivo e meno ponderato de La Nausea. Sartre vuole che l’attenzione di chi lo legge sia facilitata dalla scorrevolezza della scrittura. In effetti il romanzo venne a fatica accolta dai filosofi di professione, proprio per questa voluta leggerezza sintattica. Molte frasi brevi. Paratattiche. Si può ben credere che in Italia il libro venne aspramente giudicato. ”Affare Sartre”. “Sartre considera l’uomo dalla cintola in giù”. Insomma, non fu un parto naturale. Ma la popolarità del filosofo francese ebbe la meglio. E ciò che lo fece amare fu la sua straordinaria capacità di parlare della disfatta dell’uomo, senza mai puntare l’indice su nessuno o senza cadere nella vieta retorica di chi spesso credeva di scrivere d’Esistenzialismo.
“Nessuno vuole guardare in faccia l’Esistenza. Ecco, poste di fronte, cinque piccole disfatte – tragiche o comiche – cinque vite”, informa Sartre in un’edizione del ’61. “L’esistenza è un pieno che l’uomo non può abbandonare”, aggiunge ricalcando le parole di Roquentin della Nausea. I protagonisti di questi racconti vengono fissati nei loro tentativi mancati, senza nessun barlume di salvezza all’orizzonte. Siamo alla débâcle dell’uomo. E dei suoi sforzi. Magnifica la frase di apertura del racconto Erostrato. Gli uomini, bisogna vederli dall’alto”. Ogni parola risuona nelle nostre più segrete cavità dell’anima con un suono sordo di antica verità. Ciascuno deve scrutare le ombre della propria coscienza. Sartre è la nostra lanterna. Ciò che a tutta prima potrebbe sembrarci un’invasione della nostra intimità e quindi infastidirci, rivestiti come siamo da millenni di pudore e di paure, deve essere accolta come una Speranza. Le persone che hanno criticato Sartre non hanno avuto l’onestà di ammettere questa presa di coscienza e ne hanno crocifisso l’araldo. Come spesso avviene. “Le  nuvole si addensavano sull’alto mare fatto di un’eternità di calde lacrime”. (Arthur Rimabud. Illuminazioni)