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Kant, Critica del giudizio

LA CRITICA DEL GIUDIZIO

Una delle ultime pagine della Critica della ragion pratica: «Due cose riempiono lo spirito d’un’ammirazione e d’una venerazione sempre nuova e sempre crescente, quanto più la riflessione vi si applica: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me. Il primo spettacolo, d’una moltitudine innumerevole di mondi, annulla, per così dire, la mia importanza di essere animale, che deve rendere la materia di cui fu formato alla terra (un punto nell’universo), dopo di essere stato per breve tempo (non si sa come) animato da una forza vitale».
È opportuno riepilogare i problemi terminologici: Critica del giudizio significa valutazione della facoltà di giudicare; i giudizi sono di due tipi: da una parte c’è il giudizio della Critica della ragion pura, vale a dire il giudizio conoscitivo, il giudizio sintetico a priori, che ora Kant chiama, con un nuovo termine, giudizio determinante; poi ci sono i giudizi emessi dalla sfera del sentimento, del gusto, dalla facoltà di giudicare, che chiama giudizi riflettenti. Kant denomina ora “giudizio determinante” il giudizio sintetico a priori, cioè il giudizio conoscitivo emesso dall’intelletto, di cui ha detto tutto quello che c’era da dire nella Critica della ragion pura. Perché questa innovazione terminologica? Perché Kant sostiene che, per distinguerlo da quello riflettente, il giudizio sintetico a priori si può chiamare “determinante” in quanto consiste in una reciproca determinazione, delimitazione, della categoria e della cosa. ‘Determinare’ viene dal latino terminus, che significa confine, pietra di confine tra i vari poderi, tra i vari appezzamenti di terreno. Determinare significa confinare, delimitare; un giudizio determinante è un giudizio che restringe, cha dà limiti a qualche cosa.
Il giudizio estetico permette di ritrovare una finalità negli oggetti belli, fa ritrovare al soggetto riflessa negli oggetti belli l’esigenza di finalismo, nel senso che gli oggetti belli sembrano essere fatti al fine di suscitare emozioni estetiche, di suscitare un senso di armonia in chi li contempla, quindi danno l’impressione di avere una finalità rivolta verso chi fruisce dell’opera d’arte, chi fruisce della bellezza, cioé verso l’osservatore, il soggetto.

Kant afferma che il bello è soggettivo ma universale nello stesso tempo: è vero che il bello è una proiezione del soggetto sull’oggetto, ma tutti gli uomini attuano questa proiezione in maniera analoga. Il punto non è evidente a prima vista. Kant afferma con nettezza: il bello non ha niente a che fare col gradevole. Il gradevole risponde alla famosa massima latina “De gustibus non disputandum”: quello che è gradevole per me può non essere gradevole per te, e non possiamo prevalere l’uno sull’altro, ognuno si terrà la propria opinione su quello che considera gradevole secondo i suoi gusti, in quanto il gradevole è qualche cosa di empirico
La prima caratteristica del bello è che esso è disinteressato. «Bello è ciò che piace senza interesse – Il gusto è la facoltà di giudicare un oggetto o una rappresentazione mediante un piacere o un dispiacere, senza alcun interesse. L’oggetto di tal piacere dicesi bello». Che cosa intende Kant per interesse? «È detto interesse il piacere che noi connettiamo alla rappresentazione dell’esistenza di un oggetto».
Il bello è disinteressato: ci si trova in un rapporto di godimento estetico quando non si ha alcun interesse per l’esistenza reale dell’oggetto. Kant specifica meglio questo nel periodo successivo: «Esso ha perciò sempre relazione alla nostra facoltà pratica (desiderio o appetizione o volontà). Ora invece, quando si tratta di decidere se qualcosa sia bello o non bello, non si chiede se a noi o a qualunque altro importi o anche solo possa importare l’esistenza della cosa, ma come noi la giudichiamo nell’atto della semplice pura contemplazione (intuizione o riflessione)»
«Bello è ciò che piace universalmente senza concetto. Circa il gradevole ciascuno riconosce che il suo giudizio, fondato su di un sentimento personale, si limita, quanto al valore, alla sua persona. Quando perciò egli dice: il vino delle Canarie è gradevole, egli non s’offende se un altro lo corregge e gli ricorda che può solo dire: il vino delle Canarie è gradevole per me… in riguardo al gradevole bisogna attenersi al principio che ciascuno ha il suo proprio gusto (dei sensi). Tutt’altrimenti sta la cosa per il bello. sarebbe ridicolo se alcuno, che ci tenesse al proprio gusto, cercasse di giustificarlo col dire: quest’oggetto (come quest’edifizio, quell’abito, quel concerto, quella poesia) è bello per me. Perché egli non può chiamare bello ciò che piace solo a lui… Egli dice perciò: la cosa è bella, e non attende l’accordo degli altri circa il suo giudizio perché li ha trovati più volte d’accordo con sé, ma lo esige. Egli li biasima quando giudicano diversamente e nega loro quel gusto, che pure tutti dovrebbero avere. Perciò non si può dire che ciascuno ha il suo gusto particolare: ciò sarebbe come dire che non vi è gusto». Il gradevole è soggettivo e personale, il gusto è invece soggettivo ma universale, trascendentale; il gusto è quello che ci permette di formulare il giudizio estetico, che Kant infatti chiama “giudizio estetico o di gusto”.
«Bello è ciò che piace universalmente senza concetto». Si riesce a cogliere la bellezza di un’opera d’arte in maniera intuitiva, senza un ragionamento, senza uno sforzo di carattere concettuale. La bellezza si coglie intuitivamente, “senza concetto
a proposito del bello d’arte, afferma che il bello d’arte ha una caratterizzazione precisa, esso è prodotto dal genio. Introduce un concetto che sarà al centro dell’estetica romantica: il bello artificiale per essere prodotto ha bisogno di una personalità particolare, di una personalità che abbia una sensibilità fuori del comune, ha bisogno del genio. La definizione del genio è data da Kant in questo senso: il genio possiede una tale creatività originaria che sembra dare luogo a fenomeni naturali.
Un altro elemento romantico in Kant è quello del sublime. In che cosa questo si distingue  dal bello? Il bello è qualche cosa che ha una forma, che è caratterizzata da proporzione e armonia. Il sublime, invece, è qualche cosa di informe. Per esempio sublimi sono la distesa dell’oceano, un massiccio montuoso, una nevicata, un’eruzione vulcanica. Mentre il bello è sempre qualche cosa di circoscritto, di delimitato, che ha forma, il sublime, proprio perché è informe, è tendenzialmente infinito, e si distingue dal bello anche perché ci procura un’inquietudine. Il bello ci fa sentire a casa nostra, ci mette a nostro agio, ci sembra rispecchiare la nostra più intima finalità, è pienamente consono con noi stessi. Invece il sublime ci spaventa, ci dà il senso della nostra piccolezza, della nostra insignificanza fisica, a cui, però, subentra immediatamente dopo il senso della grandezza morale, della grandezza spirituale dell’uomo. Il sublime presenta dunque una dinamica particolare: prima sembra essere qualche cosa di aggressivo, che schiaccia l’osservatore, ma il soggetto, subito dopo, recupera il senso della propria superiorità spirituale su questa entità che dal punto di vista fisico gli sembrava soverchiante e minacciosa. Il sentimento del sublime, che si manifesta nei confronti dell’informe, del grandioso, presenta due manifestazioni: il sublime matematico e il sublime dinamico. Il sublime matematico è generato da un’estensione immensa: il mare, il deserto, un ghiacciaio, un massiccio montuoso. Invece il sublime dinamico è una forza soverchiante, una potenza straordinaria che sembra doverci travolgere e di fronte a cui, invece, acquistiamo poi il senso della nostra grandezza morale; per esempio l’eruzione vulcanica, il mare in tempesta, un uragano, una tormenta di neve, e così via.
Vediamo un po’ meglio e più da vicino che cosa dice Kant: «Il sentimento estetico del sublime è un piacere o senso di esaltazione che segue a un senso di depressione delle nostre energie vitali [mentre il bello intensifica le nostre energie vitali, ci fa sentire in espansione, il sublime è un’esaltazione che segue a una depressione: ci sono due momenti, è più complesso]. Il piacere del sublime è diverso da quello del bello; questo infatti produce direttamente un sentimento di esaltazione della vita; quello invece è un piacere che ha solo un’origine indiretta, giacché esso sorge dal sentimento di un momentaneo arresto delle energie vitali, seguito da una più intensa loro esaltazione». Dapprima si ha un senso di oppressione e di sconfitta, poi ci si riprende. Questa concezione influenzerà profondamente l’estetica romantica, anzi l’estetica fino a oggi, in quanto, rispetto all’arte classica, all’arte rinascimentale, all’arte neoclassica, in cui tutto è ben proporzionato, ben delimitato e c’è il senso della prospettiva, con la teoria del sublime anche l’informe e l’illimitato rientrano nella sfera estetica. L’informe prende il sopravvento su quello che è dotato di forma.
Le rocce che s’elevano ardite e quasi minacciose, le nuvole temporalesche che s’ammassano nel cielo tra lampi e tuoni, i vulcani nella loro potenza devastatrice, gli uragani che lasciano dietro di sé la devastazione, l’oceano senza limite sollevantesi in tempesta, l’alta cascata di un grande fiume, tutte queste cose riducono a un’insignificante piccolezza il nostro potere di resistere a tanta forza. Ma la loro vista ci esalta tanto più quanto più è spaventevole, a condizione che ci troviamo al sicuro». Se contempliamo questi spettacoli della natura senza essere affetti da un sentimento empirico di paura, allora si mette in moto il senso del sublime, cioè allo sgomento segue il nostro senso di superiorità morale. «In tal modo la Natura nel nostro giudizio estetico non è giudicata sublime in quanto essa è temibile, ma in quanto essa risveglia in noi una forza (che non è natura), per cui consideriamo come insignificanti quelle cose delle quali ci preoccupiamo (i beni, la salute, la vita), e riconosciamo quindi che la forza della Natura (a cui noi, per rispetto a tali cose, siamo assolutamente soggetti) non ha sopra di noi e sopra la nostra personalità, fuori di questo campo, un così assoluto dominio che noi ci dobbiamo piegare ad essa, come se essa si estendesse alla sfera dei principii supremi della nostra vita e riguardasse la loro affermazione o il loro abbandono»., Kant formula anche la Critica del giudizio che diventa un collegamento tra le prime due. Infatti egli unifica i concetti della natura, che costituiscono la filosofia teoretica con quelli della libertà che costituiscono la filosofia pratica. Kant osserva che tra queste due critiche c’è un abisso tanto grande che sembra non permettere un passaggio logico tra i "due mondi" , ma essendoci unità nella ragione deve esserci un principio di unità anche tra il concetto della natura e quello della libertà, ovvero di pensare la natura in modo che l'ordine delle sue leggi si accordi con con gli scopi esprimenti le leggi della libertà.
Giudizio
Il giudizio è la facoltà di collegare il particolare (soggetto) con il generale (predicato), o di pensare il particolare come contenuto nel generale. Esistono duetipi di giudizi:
giudizio determinante: se il generale o la legge sono già date, il giudizio non ha che da assumere il particolare sotto di esso, così viene formulato questo giudizio. I giudizi sono determinanti, nel senso che determinano gli oggetti dell'esperienza imponendo loro un certo ordine che li fa essere quello che sono.
giudizio riflettente: se è dato il particolare, deve essere cercato il generale, come quando certi fenomeni della natura non si lasciano ricondurre ad alcun concetto dell’intelletto, e tuttavia sembrano ordinarsi secondo un principio, cioè sembrano avere qualche unità. Il questo caso il giudizio dà a se stesso un principio che trovi un legame che li comprenda tutti. Ci fa conoscere come stanno veramente la cose, ma ci indica come dobbiamo conoscerle per soddisfare la facoltà di conoscere. Il principio a priori del giudizio riflettente è il principio di finalità, secondo cui le leggi di natura sono riconducibili tutte ad una unità generale, cioè funzionano come orientate da un fine comune. Non può essere attribuito ai fenomeni della natura se non per riflettere sulla loro unità. Quando viene fatta tale unità, noi proviamo un sentimento di piacere, come se si trattasse di un caso conforme alle nostre esigenze e che quindi soddisfa la nostra facoltà di conoscere. Quindi il giudizio non è legislativo sulla natura, ma sul nostro sentimento, cioè permette di riflettere non sulla natura, ma sul nostro punto di vista soggettivo.
I giudizi riflettenti, secondo Kant, possono essere di due tipi a seconda che il principio di finalità essi applicato esprima una finalità oggettiva, cioè rivolta allo stesso soggetto conoscente, oppure una finalità oggettiva, cioè intrinseca alla natura. Parlando del giudizio estetico Kant usa il termine "estetico" non più nel senso dell’Estetica Trascendentale, cioè come attinente alla sensibilità, bensì nel senso in cui lo aveva usato Baumgarten nell’ Ateistica, cioè attinente al bello.
·         Il Bello
Il giudizio estetico è il giudizio con cui si dichiara se un oggetto è bello, cioè conforme alle nostre esigenze e in armonia con il nostro spirito; la facoltà di pronunciare giudizi estetici, ossia la facoltà che ognuno ha di provare piacere nel rappresentarsi un determinato oggetto è ilgusto (giudizi di gusto). Il bello è l’oggetto di un piacere disinteressato, universale, necessario e prodotto dalla forma della finalità. Questa forma è concepita senza la rappresentazione di uno scopo, cioè come semplice rappresentazione tra l’oggetto e il soggetto.
·         Il Sublime
Questo termine indica ciò che superiore ad ogni comparazione, illimitato, privo di forma; per questo motivo non è oggetto del giudizio estetico, e anche il suo sentimento può essere suscitato a volte dalle cose (spettacoli naturali),non riguarda le cose ma propriamente l’uomo, cioè è espressione della grandezza derivante all’uomo dal fatto di essere portatore della ragione e della libertà." Il sublime non è quindi nelle cose, ma nel nostro spirito, ci eleva al di sopra della natura che è in noi, e quella che è fuori di noi."
-Matematico
Si definisce sublime matematico quando è provocato dalla visione o intuizione di una grandezza assoluta nel senso dell’estensione ( l’oceano immenso, l’idea dell’immensità degli spazi celesti).
-Dinamico
Dovuto alla visione della potenza non disgiunta dal senso di sicurezza dello spettatore (un vulcano in erezione, un oceano in tempesta)
Anche il principio di finalità, come le idee della ragione, ha secondo Kant un uso regolativo, cioè non produce di per sé nuove conoscenze, ma serve per ottenere le conoscenze già acquisite ed indica all’intelletto la via lungo la quale procedere peracquisire, per mezzo dei suoi concetti, di nuove. Si può dire che è un " principio euristico", cioè che serve a trovare nuove conoscenze, prodotte da altre facoltà (dal verbo greco "eurìsco" trovare).
Kant è convinto della sua esistenza, anche se non ritiene possibile dimostrarla scientificamente "per la particolare struttura della mia facoltà conoscitiva, io non posso giudicare della possibilità delle cose naturali, se non pensando ad una causa che agisca intenzionalmente" il che significa che io non posso rappresentarmi l’intera natura se non come opera di un’intelligenza, l’intelligenza divina, la quale l’abbia ordinata in senso finalistico.
Non è solo una finalità interna ai singoli fenomeni, come sembra esserlo la vita nel caso dei singoli organismi viventi, ma è anche una finalità complessiva a cui tutti i fenomeni sembrano essere orientati. Questa finalità è l’uomo stesso, tutti gli esseri naturali sarebbero un unico grande sistema di fini, il quale avrebbero come scopo l’uomo, e la realizzazione dellafinalità chegli è propria, cioè il rispetto dellalegge morale. In tal modo il noumeno, ossia il regno della realtà, riesce ad esercitare un influsso sul mondo dei fenomeni, nel senso che quest’ultimo è orientato a quello come al suo fine più alto.
 
La "Critica della Ragion Pura" ha concluso che quella natura che dominiamo con la scienza è soltanto fenomenica, è la realtà come appare allo spirito umano; il mondo noumenico, il mondo delle cose-in-sé è invece quello al quale apparteniamo come soggetti morali ed è quello che ha concluso la "Critica della Ragion Pratica", ma di questo mondo non abbiamo conoscenza; fra i due mondi c’è un "abisso immenso".
Ora, la "Critica del Giudizio" si domanda se non vi siano vie per superare questo "abisso", questa "spaccatura". Superare l’abisso vorrebbe dire cogliere un riflesso di intelligibilità nella natura anche là dove non arriva l’intelligibilità portata dalle nostre categorie., cogliere un’intelligibilità anche in ciò che negli oggetti deriva dalla materia della conoscenza. Si tratta di vedere se anche i particolari attestati dalle intuizioni empiriche non portino in sé una traccia di intelligibilità; le vie per arrivare a questa persuasione non sono evidenze scientifiche, ma l’ordine della natura e la bellezza: tali sono appunto gli oggetti di studio della "Critica del Giudizio".
Il "noumeno" è teoreticamente inconoscibile, può avere solo realtà pratica; la "Critica del Giudizio" è il tentativo di mediare il mondo fenomenico con il mondo noumenico. Vi è dunque una terza facoltà intermedia fra l’intelletto (facoltà conoscitiva teoretica) e la ragione (facoltà pratica): il giudizio, collegato al "sentimento puro".
Vi sono due tipi di giudizio (per giudizio Kant intende la facoltà dell’uomo in cui si scopre l’accordo degli oggetti di natura con le libere finalità etiche della ragione).
  1. Giudizio determinante - In tale giudizio sono dati sia il particolare (molteplice sensibile), sia l’universale (le categorie e i principi a-priori). È il giudizio scientifico nel quale l’universale è già posseduto dall’intelletto che lo applica al molteplice delle intuizioni.
  2. Giudizio riflettente - È il giudizio in cui è dato solo il particolare, l’universale è da ricercare, va trovato. Tale principio "universale" della "riflessione" equivale alle "Idee della Ragione" nel loro uso "regolativo". Il principio guida a-priori per giungere all’universale nei giudizi riflettenti è l’ipotesi della finalità della natura. Vi sono due modi per scoprire il "finalismo" nella natura:
    1. la contemplazione della bellezza, ovvero il giudizio estetico. Il giudizio estetico ha una pretesa di universalità, di oggettività e si può specificare attraverso tre definizioni:
      1. Bello è l’oggetto di un piacere disinteressato;
      2. Bello è ciò che piace universalmente, perché vale per tutti gli uomini;
      3. Bellezza è la forma della finalità di un oggetto percepita senza la rappresentazione di uno scopo.
Il piacere estetico è l’apprensione dell’intelligibilità dell’oggetto attraverso la consapevolezza dell’armonia delle nostre facoltà; è "una finalità senza scopo". Nel piacere estetico una cosa ha senso, cioè intelligibilità, senza sapere precisamente a quale idea essa corrisponda; la finalità è percepita attraverso il sentimento dell’armonia fra le nostre facoltà. La bellezza non è altro che il modo in cui l’uomo sente la finalità del reale.
Sublime, invece, è "ciò che è assolutamente grande al di là di ogni comparazione"; riguarda quindi ciò che è "informe", cioè illimitato e, come tale, non può essere dato dall’esperienza. Il sublime è in un certo modo presentito quando, di fronte a certi spettacoli naturali che superano il potere della nostra immaginazione, proiettiamo su quest’ultimi quella grandezza assoluta che è propria del sovrasensibile (che è in noi in quanto persone morali appartenenti al mondo intelligibile).
    1. riflessione sull’ordine della natura, ovvero il giudizio teleologico. Contro il "realismo della finalità" (perché la finalità della natura non può essere dimostrata scientificamente) si afferma la finalità come principio regolativo. Cosa sia in sé la natura non lo sappiamo, perché la conosciamo solo fenomenicamente; tuttavia non possiamo fare a meno di considerarla come finalisticamente organizzata: "per la particolare struttura della mia facoltà conoscitiva io non posso giudicare della possibilità di quelle cose [naturali] e della loro produzione se non pensando ad una causa che agisce intenzionalmente". Poi, una Intelligenza ordinatrice può servirsi di leggi meccaniche per realizzare il suo ordine. L’intelligenza umana che forgia la natura con le sue leggi, senza esaurirne tutti i particolari, sarebbe un riflesso della Intelligenza che ha creato la natura. La considerazione teleologica ha un uso regolativo, euristico, ossia valido "per ricercare le leggi particolari della natura".