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Horkheimer - Adorno

2012-02-03

 

Dialettica dell’illuminismo

M. Horkheimer -

T. Adorno,

dell’illuminismo

pp. 132-134; 141-143

Dialettica, cit.,

Il mondo intero è passato al setaccio dell’industria culturale. La vecchia esperienza

dello spettatore cinematografico, che, uscendo sulla via, ha l’impressione

di trovarsi di fronte alla continuazione dello spettacolo appena lasciato, poiché

quest’ultimo vuole appunto riprodurre, nel modo più rigoroso, il mondo percettivo

della vita quotidiana, è assurta a criterio della produzione. Quanto più fitta

e integrale è la duplicazione degli oggetti empirici da parte delle sue tecniche, e

tanto più facile riesce oggi far credere che il mondo di fuori non sia che il prolungamento

di quello che si viene a conoscere al cinema. A partire dalla subitanea

introduzione del sonoro il processo di riproduzione meccanica è passato interamente

al servizio di questo disegno. La vita – almeno tendenzialmente – non deve

più potersi distinguere dal film sonoro.

In quanto quest’ultimo, superando di gran lunga il teatro illusionistico, non lascia

più, alla fantasia e al pensiero degli spettatori, alcuna dimensione in cui essi possano

– sempre nell’ambito dell’opera cinematografica, ma liberi dalla costrizione

dei suoi dati puntuali – spaziare e muoversi a proprio talento senza perdere il filo

della narrazione, addestra le vittime del suo trattamento a identificarlo senz’altro

e immediatamente con la realtà. L’impoverimento dell’immaginazione e della

spontaneità del consumatore culturale dei nostri giorni non ha bisogno di essere

ricondotto, in prima istanza, a meccanismi di ordine psicologico. Sono i prodotti

stessi, a cominciare dal più caratteristico di tutti, il film sonoro, a paralizzare

quelle facoltà per la loro stessa costituzione oggettiva. Sono fatti in modo che la

Il mondo del cinema

è una duplicazione

del mondo reale

Il cinema impoverisce

la capacità

di immaginazione

Horkheimer - Adorno, Il cinema come industria culturale

De Luise, Farinetti,

Lezioni di storia della filosofia © Zanichelli editore 2010

UNITÀ 8

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Marxismi e critica sociale

Lezione

loro ricezione adeguata esiga bensì prontezza di intuito, capacità di osservazione

e competenza specifica, ma anche da vietare letteralmente l’attività mentale o

intellettuale dello spettatore, se questi non vuole perdere i fatti che gli sgusciano

rapidamente davanti. La tensione che si viene in tal modo a creare è, beninteso,

così automatica, così profondamente inculcata e radicata nel soggetto che non ha

più bisogno di essere attualizzata nel caso particolare e ottiene tuttavia ugualmente

il risultato di rimuovere l’immaginazione.

Chi è talmente assorbito dall’universo del film – gesti, immagini e parole – da

non essere in grado di aggiungergli ciò per cui solo diventerebbe veramente tale,

non è detto che sia poi necessariamente, al momento della rappresentazione,

tutto quanto preso e occupato dagli effetti particolari del macchinario. Da tutti gli

altri film e dagli altri prodotti culturali che non può fare a meno di conoscere, le

prove di attenzione richieste gli sono così familiari da poter essere fornite, ormai,

in modo automatico. La violenza della società industriale opera sugli uomini una

volta per tutte. I prodotti dell’industria culturale possono contare di essere consumati

alacremente anche in uno stato di distrazione.

Ma ciascuno di essi è un modello del gigantesco meccanismo economico che

tiene tutti sotto pressione fin dall’inizio, nel lavoro e nel riposo che gli assomiglia.

Da ogni film sonoro, da ogni trasmissione radio, si può desumere ciò che non si

potrebbe ascrivere ad effetto di nessuno di essi preso singolarmente, ma solo di

tutti quanti insieme nella società. Immancabilmente, senza eccezione, ogni singola

manifestazione dell’industria culturale torna a fare degli uomini ciò che li ha già

resi l’industria culturale intera. E ad impedire che questo processo di riproduzione

semplice dello spirito possa mai dare luogo a quella allargata, vegliano tutti i suoi

agenti, dal produttore fino alle associazioni femminili. [...]

Giudizio critico e competenza specifica sono messi al bando, e bollati come

la presunzione di chi si crede superiore agli altri, mentre la cultura, che è così

democratica, ripartisce equamente i suoi privilegi fra tutti. Di fronte alla tregua

ideologica che si è instaurata, il conformismo dei consumatori, come l’impudenza

della produzione che essi tengono in vita, acquistano, per così dire, una buona

coscienza.

Esso si accontenta della riproduzione del sempre uguale. La monotonia del sempre

uguale governa anche il rapporto al passato. La novità della fase della cultura di

massa, rispetto a quella tardo-liberale, consiste appunto nell’esclusione del nuovo.

La macchina ruota, se così si può dire,

determinare il consumo, scarta ciò che non è stato ancora sperimentato come un

rischio inutile. I cineasti considerano con sospetto e diffidenza ogni manoscritto che

non abbia già dietro di sé, come sua fonte, un rassicurante

È quasi come se un’istanza onnipresente avesse passato in rassegna il materiale e

stabilito il listino ufficiale dei beni culturali, che illustra brevemente le serie disponibili.

Le idee sono iscritte nel cielo della cultura, in cui erano già state collocate e

rinchiuse da Platone, come entità numerate, anzi numeri, che non avrebbero mai

potuto aumentare né cambiare. L’

dell’industria culturale, esistevano già da tempo prima di essa. Ora vengono ripresi

e manovrati dall’alto, e sollevati al livello dei tempi. L’industria culturale può

vantarsi di avere realizzato con estrema energia, e di avere eretto a principio, la

sur place. Mentre è già in condizione dibest-seller. [...]amusement, il divertimento, tutti gli ingredienti

Il film assorbe

e distrae da sé

lo spettatore

L’industria culturale

è al servizio

dei poteri economici

L’industria culturale

annulla il giudizio

critico

Scopo dell’industria

culturale

è perpetuare

la società esistente

L’arte diventa mero

intrattenimento

Horkheimer - Adorno, Il cinema come industria culturale

De Luise, Farinetti,

Lezioni di storia della filosofia © Zanichelli editore 2010

UNITÀ 8

Lezione

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Marxismi e critica sociale

trasposizione – che era stata spesso, prima di essa, goffa e maldestra – dell’arte

nella sfera del consumo, di avere liberato l’

e fastidiose e di avere migliorato la confezione delle merci. Man mano che

diventava più totale e più totalitaria, e che obbligava più spietatamente ogni

amusement delle sue ingenuità più petulantioutsider

a dichiarare fallimento o ad entrare nella corporazione, essa si faceva, nello

stesso tempo, più fine e più sostenuta, fino a terminare nella sintesi di Beethoven

col Casino de Paris. Il suo trionfo è duplice: ciò che estingue fuori di sé come verità,

può riprodurlo a piacere dentro di sé come menzogna. L’arte «leggera» come

tale, lo svago, non è una forma morbosa o degenerata. Chi la deplora come un

tradimento nei confronti dell’ideale dell’espressione pura si fa delle illusioni sul

conto della società.

La purezza dell’arte borghese, che si era ipostatizzata come un regno della libertà

in opposizione alla prassi materiale, era stata pagata, fin dall’inizio, con l’esclusione

della classe inferiore, alla cui causa che è quella della vera universalità l’arte

rimane fedele solo in quanto si libera dagli scopi della falsa universalità. L’arte seria

ha dovuto negarsi alla comprensione di coloro per cui il bisogno e la pressione

dell’esistenza fanno della serietà una beffa, e che sono, di necessità, contenti

quando possono trascorrere passivamente il tempo in cui non sono alla ruota.

L’arte leggera ha sempre accompagnato come un’ombra quella autonoma, per

così dire, la cattiva coscienza sociale dell’arte seria. La distanza a cui questa, in

forza delle sue premesse sociali, doveva necessariamente restare dalla verità, conferisce

all’altra una parvenza di legittimità. La verità è nella loro stessa scissione,

che esprime almeno la negatività della cultura a cui danno luogo, sommandosi, le

due sfere. Meno che mai l’antitesi si può conciliare assumendo l’arte leggera nella

seria o, viceversa, la seconda nella prima. [...]

Lo spettatore non deve lavorare di testa propria; il prodotto gli prescrive ogni

reazione: non in virtù del suo contesto oggettivo (che si squaglia, appena si rivolge

alla facoltà pensante), ma attraverso una successione di segnali. Ogni connessione

logica, che richieda, per essere afferrata, un certo respiro intellettuale, è

scrupolosamente evitata. [...]

L’affinità originaria del mondo degli affari e di quello dell’

significato proprio di quest’ultimo: che non è altro che l’apologia della società.

Divertirsi significa essere d’accordo. [...] Divertirsi significa ogni volta: non doverci

pensare, dimenticare la sofferenza anche là dove viene esposta e messa in mostra.

Alla base del divertimento c’è un sentimento di impotenza. Esso amusement è quella dal pensiero

è, effettivamente,

una fuga, ma non già come pretende di essere, una fuga dalla cattiva realtà, ma

dall’ultima velleità di resistenza che essa può avere ancora lasciato sopravvivere

negli individui. La liberazione promessa dall’

come negazione. L’impudenza della domanda retorica, «Ma guarda un po’ che

cosa vuole il pubblico!», consiste nel fatto che ci si appella, come a soggetti pensanti,

a quelle stesse persone che l’industria culturale ha il compito specifico di

disavvezzare dalla soggettività.

amusement si rivela nel

 

dedicato all’«Industria culturale». Con

questo termine Adorno si riferisce alle

forme di cultura legate allo sviluppo dei

massmedia e rivolte alle masse come,

per esempio, la musica leggera o il

cinema hollywoodiano. Nelle pagine qui

selezionate, in particolare, il cinema viene

interpretato come uno strumento di

annullamento della personalità dei singoli

e della loro capacità di opporsi al modello

capitalistico di società. All’opposto di

quanto sostiene Benjamin, Adorno ritiene

che lo spettatore cinematografico sia

privato delle sue facoltà creative e di

pensiero, assorbito completamente dalla

trama e dai personaggi. Perde quindi

ogni capacità critica di immaginare

mondi alternativi e finisce per considerare

la realtà come il proseguimento dello

spettacolo visto al cinema. Egli non

decide più autonomamente, ma è in

balia di una società che lo manipola a

piacere imponendogli l’adesione acritica

a valori precostituiti. Anche se crede

di sottrarsi, nel tempo libero, ai rigidi

meccanismi produttivi, in realtà il sistema

economico determina così integralmente

la fabbricazione dei prodotti di svago,

che ciò che consuma sono solo copie e

produzioni del processo lavorativo stesso.

L’industria culturale, quindi, ben lungi

dall’elevare le masse al mondo dell’arte è

in realtà un dispositivo per perpetuare la

società esistente.

Il passo che riportiamo è tratto dal famoso

capitolo della