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Filosofia in 2001:Odissea nello spazio, Arancia meccanica e Shining

 

Filosofia in 2001:Odissea nello spazio, Arancia meccanica e Shining
2001: Odissea nello spazio (1968) di Stanley Kubrick, tratto dal racconto di Arthur C. Clarke La Sentinella (1953), ha rinnovato profondamente il genere dei film fantascientifici. E’ infatti evidente l’enorme scarto fra 2001 e tutto quanto è stato girato prima di questa pellicola nell’ambito del filone della science fiction, a partire dalla straordinaria tecnologia esibita dal regista americano e dai suoi collaboratori. Ma 2001: Odissea nello spazio è un capolavoro innovativo soprattutto per le complesse problematiche che affronta, e per il modo in cui le presenta agli spettatori.
Il monolite nero
L’azione del film di Kubrick inizia sulla Terra durante la preistoria, quando i nostri progenitori vivevano allo stato bestiale. Su un territorio semidesertico, due gruppi di ominidi si sfidano per il controllo di una fonte d’acqua. Il capo di una delle due tribù, dopo il suo incontro con un monolito nero apparso improvvisamente davanti alla sua grotta, scopre che un osso può essere usato come arma d’offesa e uccide il capo dei suoi nemici. Con la più bella ellissi narrativa della storia del cinema, un osso lanciato in alto da un ominide che si trasforma in un’astronave, l’azione si sposta poi, quattro milioni di anni dopo, nel 2001. Sulla Luna colonizzata, vicino alla base di Clavius, viene scoperto un nuovo monolito che riceve un segnale fortissimo proveniente da Giove. Così, un equipaggio di cosmonauti, guidato dal cervello elettronico HAL 9000, si mette in viaggio sull’astronave Discovery verso il più grande pianeta del sistema solare, e cioè nella direzione indicata dal monolito. Senonché HAL commette un errore, e poiché non può sopportare la consapevolezza della propria fallibilità, “impazzisce” e uccide quasi tutti gli astronauti. Dell’equipaggio della Discovery si salva soltanto David Bowman, che riesce a disattivare il computer. A questo punto, Bowman entra nell’atmosfera di Giove e viene risucchiato in un’altra dimensione, passando attraverso un vortice spazio-temporale di immagini e visioni psichedeliche. Al termine di questo trip allucinante, l’astronauta si risveglia all’improvviso in una stanza settecentesca rococò. Qui Bowman passa dalla maturità alla vecchiaia ed entra in agonia. Rivede infine il monolito nero e rinasce sotto forma di feto astrale (Star Child), in una sorta di Eterno Ritorno. Da quando 2001: Odissea nello spazio è apparso sullo schermo, nel 1968, spettatori e critici si sono scervellati per comprendere il “messaggio” di questo film enigmatico, dato che Kubrick ci lascia incerti sulla natura e sulla provenienza del monolito, in cui alcuni vedono Dio, un essere extra-terrestre, la Coscienza, la Tavola della Legge, il Primo Mattone dell’Universo, ecc., ecc. In realtà, è proprio dall’ambiguità delle sue immagini che 2001: Odissea nello spazio trae un fascino misterioso, di cui forse sarebbe sprovvisto se ogni sequenza fosse spiegata con pedante chiarezza.
Il feto astrale
Comunque, secondo una delle interpretazioni più attendibili, il film rappresenterebbe l’evoluzione dell’umanità dallo stadio bestiale a quello umano, e poi, nel finale psichedelico, il mutamento dallo stadio attuale di “uomo tecnologico” a quello di Uomo Nuovo. Come il monolito ha consentito nella preistoria il passaggio dalla scimmia all’uomo, così, nel 2001, su Giove, consente l’evoluzione dall’uomo al superuomo. Infatti, il feto astrale con cui si conclude il film è probabilmente il superuomo, o meglio l’oltreuomo (Übermensch), di cui parla filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844-1900). Tale ipotesi è suggerita dal commento musicale che accompagna l’inizio e la fine del capolavoro kubrickiano, tratto dal poema sinfonico Così parlò Zarathustra (1896) di Richard Strauss, ispirato, appunto, all’omonimo capolavoro di Nietzsche del 1883-85, in cui l’antico profeta persiano Zarathustra, ritornato sulla Terra, annuncia l’avvento dell’oltreuomo. Che lo Star Child di 2001 possa raffigurare l’Übermensch, è avvalorato anche dal fatto che Nietzsche, nel discorso di Zarathustra intitolato Le tre metamorfosi, paragona l’oltreuomo proprio a un bambino. Le tre metamorfosi spiegano come debba svolgersi l’evoluzione dello spirito umano dall’obbedienza, simboleggiata dal cammello, alla negazione violenta dei vecchi valori, impersonata dal leone, infine alla pura affermazione, di cui è appunto immagine il fanciullo. Al bambino è associata la rinascita, la mancanza di un passato, l’oblio. Il fanciullo non ha valori esterni a se stesso, e rappresenta l’Übermensch che dev’essere creatore di valori sempre nuovi.
In un’intervista del 1970 è lo stesso Kubrick a indicare la possibile chiave di lettura nietzschiana di 2001: Odissea nello spazio: “Quando l’astronauta che è sopravvissuto, Bowman, raggiunge Giove, il monolito lo trascina in un campo di forze, attraverso spazi interiori ed esterni, e lo trasporta infine in un’altra parte della galassia. Qui è collocato in uno zoo umano, in una specie di ospedale, un luogo pseudo-terrestre ricavato dai suoi sogni e dalla sua immaginazione. Il tempo non esiste: la sua vita passa dall’età matura alla vecchiaia e alla morte. Rinasce poi in un essere potenziato, un bambino-stella, un angelo, un superuomo – se volete – e ritorna sulla Terra pronto per la nuova tappa dell’evoluzione e del destino umano”.
L’oltreuomo secondo Kubrick
Il termine “oltreuomo” rimanda a un superamento, a un oltrepassamento della nozione di uomo. Nietzsche, con questa parola, sottolinea la differenza tra il nuovo tipo di umanità di là da venire, annunciato da Zarathustra, e l’uomo mediocre del presente. L’oltreuomo sarà tanto distante dall’uomo comune, quanto l’uomo è distante dalla scimmia. L’uomo, dice Nietzsche, è una corda tesa sopra l’abisso che c’è tra la bestia e l’oltreuomo. L’uomo superiore è la tappa successiva che l’umanità deve compiere dopo essersi lasciata alle spalle la condizione animale.
Il film di Stanley Kubrick sembra presentare il superuomo come il frutto dell’evoluzione, cioè come l’esponente ulteriore, sul piano biologico, della specie umana. Oggi, però, una simile ipotesi interpretativa della teoria di Nietzsche non è molto accreditata presso gli studiosi di questo filosofo: l’Übermensch non sarebbe un nuovo essere frutto della selezione naturale, appartenente a una razza superiore, ma piuttosto il filosofo dell’avvenire che crea una nuova tavola di valori. Per Nietzsche il superuomo dovrà rifiutare la morale tradizionale e operare una “trasvalutazione di tutti i valori”, cioè un’inversione dei vecchi ideali, a cui contrapporrà dei nuovi valori da lui creati, i valori vitali (forza, audacia, capacità di dominio, ecc.), che derivano dall’accettazione entusiastica della vita.
La figura dell’Übermensch teorizzata da Nietzsche risulta, comunque, profondamente ambigua, dato che oscilla tra quella della “bella individualità” di origine umanistica (lo spirito forte e libero), e quella del guerriero, che è spinto da un impulso più distruttivo che costruttivo. Infatti, l’oltreuomo è colui che pecca di hybris, cioè della tracotanza di chi è al di là del bene e del male.
Ammettendo un’ideale continuità nell’opera di Stanley Kubrick, si può supporre che il grande regista americano abbia sviluppato queste due diverse concezioni dell’oltreuomo (inespresse in 2001: Odissea nello spazio) in due dei suoi film successivi: Arancia meccanica e Shining. Alex, il giovane protagonista di Arancia meccanica che pratica l’ultraviolenza, è probabilmente l’emblema dell’Übermensch che è al di là del bene e del male. Nietzsche sa che il superuomo verrà tacciato di immoralismo; non dubita che “i buoni e i giusti chiamerebbero diavolo il superuomo”. E anche l’Alex di Stanley Kubrick è l’incarnazione del demoniaco. Il diretto rapporto tra il feto astrale e il personaggio di Alex, sembra dimostrato dall’affinità tra l’ultima immagine di 2001, in cui è inquadrato l’occhio dello Star Child, e la prima immagine di Arancia meccanica, che Kubrick ha realizzato subito dopo 2001, con l’occhio di Alex in primo piano, come a dimostrare che Alex è la personificazione negativa dell’oltreuomo.
Invece, Danny, il bambino dotato di poteri extra-sensoriali di The Shining, potrebbe rappresentare il superuomo come figura “luminosa”, che “dona la virtù” e redime. In effetti, grazie al suo shining (tradotto in italiano con “luccicanza”), Danny si trova allo stadio dell’illuminazione, della luce interiore. La relazione tra il puer di 2001 e il bambino di Shining, inteso come l’incarnazione positiva dell’ Übermensch, è suggerita anche da un confronto tra i due manifesti originali dei film. Il manifesto americano di Shining, attribuito all’illustratore Saul Bass (diverso da quello diffuso in Italia, con un Jack Nicholson ghignante) mostra un viso infantile (probabilmente quello di Danny Lloyd), con gli occhi sbarrati, che appare nelle lettere del titolo, su uno sfondo giallo. Il volto sembra quello di un fanciullo molto piccolo (quasi un feto) e l’immagine ricorda appunto il manifesto americano di 2001, che rappresenta, in primo piano, lo Star Child con la scritta The ultimate trip. Viene da pensare che Saul Bass, su ispirazione di Stanley Kubrick (che curava personalmente ogni minimo aspetto, anche pubblicitario, dei suoi film), voglia rappresentare l’idea che il bambino di Shining e il feto astrale siano la stessa persona.  
La pietra nera
Concludiamo con un’ultima ipotesi sull’enigmatico monolito nero di 2001: Odissea nello spazio. Se si accetta la spiegazione in termini nietzschiani ed “evoluzionisti” di 2001, allora la pietra che opera la mutazione della scimmia in uomo e di Bowman in superuomo potrebbe essere una sorta di lapis philosophorum, cioè qualcosa di simile alla misteriosa “pietra filosofale” cercata dagli alchimisti. La pietra filosofale, infatti, oltre a essere in grado di tramutare i metalli vili in oro, doveva anche portare la psiche dell’alchimista verso uno stadio superiore di umanità, e cioè trasformarla da condizioni di umanità impure a condizioni pure o nobili.
A tale proposito, gli alchimisti insistevano sul carattere non ordinario della loro impresa e del loro oggetto: “Aurum nostrum, precisavano, non est aurum vulgi”, cioè “il nostro non è l’oro volgare”. Non a caso, le immagini psichedeliche apparse a Bowman nel suo viaggio “oltre l’infinito” sotto l’influenza della pietra nera, presentano tutta una serie di variazioni cromatiche (giallo, verde, rosso e violetto), che evocano la funzione dei colori nella trasformazione alchemica dall’inferiore al superiore.
La possibilità che il monolito piovuto dallo spazio possieda la natura della pietra alchemica sembra ribadita dalla circostanza che il lapis philosophorum è menzionato talvolta in alcuni testi con il nome di lapis ex coelis (“pietra caduta dal cielo”).
Per esempio, il poeta tedesco Wolfram von Eschenbach, nel poema Parzival (1200-1210), scrive che la pietra (da lui identificata con il mitico Graal) era uno smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero e portato a terra dagli angeli rimasti neutrali durante la ribellione contro Dio. La tradizione esoterica delle pietre celesti, tramite fra uomo e Dio, si ritrova anche nella religione islamica, dove la pietra nera della Mecca custodita nella Kaaba (verosimilmente un aerolito) è l’oggetto più sacro.
E’ inoltre significativo il fatto che già Carl Gustav Jung, nei suoi studi su Psicologia e alchimia, 1944, abbia esplicitamente collegato al tema del lapis alchemico proprio l’avvento dell’oltreuomo nietzschiano. Infatti, discutendo della frase che Nietzsche usa in Zarathustra: “Ahimè, uomini, nella pietra dorme un’immagine, l’immagine delle mie immagini!”, Jung afferma: “Nell’antichità il mondo materiale abbondava di proiezioni di un segreto psichico che appariva allora come un segreto della materia, e tale rimase fino al declino dell’alchimia nel diciottesimo secolo.
L’intuizione estatica di Nietzsche vorrebbe strappare alla pietra il segreto del superuomo, a quella pietra nella quale questi ha finora dormito. Nietzsche vorrebbe cioè creare il superuomo, che nel linguaggio dell’antichità potremmo chiamare anche l’uomo divino, a somiglianza di tale immagine. Gli alchimisti procedevano invece in senso opposto: cercavano la pietra miracolosa contenente un’essenza pneumatica per ricavarne la materia capace di penetrare in tutti i corpi (perché essa è lo ‘spirito’ che è penetrato nella pietra) e di trasformare mediante trascolorazione tutti i metalli vili in metalli nobili”.