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william saroyan in bicicletta a beverly hills

2009-10-09
William Saroyan
I
n bicicletta a Beverly Hills

 
Fresno (la cittá dove ho vissuto da piccolo), andava fiera dei propri vigili del fuoco. Il quartier generale si trovava in Van Ness Avenue, a quattro isolati da casa Saroyan, in San Benito. L’autopompa più bella, più grande, più scintillante e più rossa si chiamava America-La France. Durante la parata della Festa dell’uva i vigili del fuoco la esponevano orgogliosi, con molte altre autopompe e gran parte degli uomini del corpo, perché era tradizione che in quel giorno di festa non si appiccassero incendi.
I vigili del fuoco non perdevano occasione per mettersi in mostra. Organizzavano frequenti esercitazioni generali: l’intero corpo si precipitava da tutte e tre le stazioni fino al luogo prescelto. Una volta arrivati, i pompieri si mettevano al lavoro come se davvero stesse andando a fuoco qualcosa, e centinaia di persone assistevano allo spettacolo.
Quando l’incendio scoppiava in una zona della città priva di idranti o canne dell’acqua, i vigili del fuoco pompavano acqua dai canali d’irrigazione, ma con scarso successo perché la pressione non era mai sufficiente. Erano incendi che si esaurivano da soli. Spesso bruciava la casa di un contadino, ogni tanto un magazzino, un conservificio, un deposito di campagna, una scuola o una chiesa.
Un incendio era il miglior svago che la città potesse offrire. Se il luogo che andava a fuoco non apparteneva a un americano si apriva subito un’inchiesta: era emozionante scoprire che qualcuno aveva dato fuoco alla propria casa. I pettegolezzi erano sempre i soliti — c’era di mezzo l’assicurazione, era stato il proprietario ad appiccare l’incendio. Non c’era nessun dubbio, mai. Gli americani, sentendosi al di sopra di ogni sospetto, non lesinavano sugli incendi dolosi. Certo fornivano agli stranieri un bel po’ di divertimento gratuito. Da parte loro gli stranieri erano terrorizzati dall’atteggiamento generale nei confronti loro e degli incendi, e tenevano sotto stretto controllo case e uffici per paura di essere coinvolti in uno scandalo. Nonostante tutte le precauzioni a volte erano proprio i loro fabbricati ad andare a fuoco. E una volta scoppiato l’incendio il proprietario sapeva che sarebbe stato al centro di forti sospetti. La cattiva fama l’avrebbe accompagnato per tutta la vita, non avrebbe mai più ottenuto un’assicurazione sugli incendi. Alla fine molti stranieri cominciarono a dar fuoco davvero alle loro proprietà ancora assicurate, visto che voci e sospetti sarebbero nati comunque. Quasi nessuno veniva processato per incendio doloso, ma ogni straniero che aveva subìto un incendio era automaticamente sospettato, e le prove di dolo venivano ricercate con attenzione.
Un incendio era più eccitante se avveniva a Chinatown. Polizia e vigili del fuoco non riuscivano quasi mai a trovare un colpevole, perché i cinesi capivano poco e quasi non parlavano inglese. E in una casa seppur piccola vivevano sempre in tanti, a volte anche in trenta. Non si sapeva chi interrogare tra la folla accorsa a vedere bruciare una casa. Oltre a quelli che vi abitavano c’erano centinaia di vicini, uno di fianco all’altro, silenziosi e composti, a guardare la casa andare in fumo tra fiamme magnifiche e sentire il calore delicato e purificatore del fuoco. Ogni tanto un cinese mingherlino veniva scelto fra la folla e spinto via per essere interrogato, ma non ne veniva fuori mai niente. L’uomo si limitava a dichiarare in cinese di aver paura persino ad accendere un fiammifero, da quando si era trasferito a Chinatown.
Io assistevo a tutti gli incendi possibili, e molti li ho visti a Chinatown. I testimoni mi interessavano almeno quanto l’incendio stesso: quasi sempre intuivo dai loro sguardi che avrebbero avuto parecchio da raccontare se solo fossero stati in grado di parlare inglese, o se ne avessero visto l’utilità. Erano esperti in incendi e petardi. Davanti a un incendio non si turbavano e non piangevano mai. 
Anche i bambini, accanto ai genitori, conservavano un dignitoso sangue freddo mentre ammiravano lo spettacolo e la drammatica azione di polizia e pompieri.
Alla fine era impossibile sapere se l’incendio si era sviluppato da solo o se era stato incoraggiato. L’incendio in sé era comunque bello, e gli appassionati erano sempre grati al caso o all’abilità che l’avevano provocato. Gli incendi migliori erano quelli notturni, perché solo al buio le fiamme si stagliano con chiarezza e si apprezzano fino in fondo. Le sirene e le campane delle autopompe erano talmente forti da svegliare chi fosse già a letto; se l’incendio sembrava ragionevolmente vicino molti si alzavano, si vestivano in fretta e si univano ai passanti diretti verso lo spettacolo.
Nel mio quartiere viveva un armeno di nome Aspadour che non scendeva mai in strada se non vestito di tutto punto, perché lavorava da Gottschalks, nel reparto abbigliamento maschile, e voleva dare il buon esempio. Indossava tutto quello che poteva: gemelli, fermacravatta, orologio e catena sul panciotto, e altri accessori vari, complicati e lunghi da sistemare.
Una notte di novembre mi svegliai e sentii il trambusto dei pompieri nelle strade vicine. Mio fratello si stava vestendo e mio zio Aram, che studiava legge alla South California University ed era di passaggio in città, era già pronto. La sua Apperson rossa era parcheggiata davanti a casa. Lo zio aspettava sotto il portico fissando il cielo illuminato dall’incendio, apparentemente nelle vicinanze del parco giochi California. Mia madre e le mie sorelle, che non sarebbero venute, osservavano la scena a piedi nudi dal portico sul retro, ammiravano vastità e luminosità dell’incendio.
Mio zio portò me e mio fratello dove ardeva il deposito di un americano che aveva appena avuto una stagione disastrosa. Si trovava al di fuori della zona servita dall’acqua e nelle vicinanze non c’erano canali d’irrigazione, così si dovette lasciare estinguere il fuoco. Non erano ancora le due del mattino. Quando arrivammo sul posto c’erano solo i pompieri e una mezza dozzina di automobili, ma in una decina di minuti arrivarono un centinaio di persone in auto e altre centinaia in bicicletta, in moto e a piedi. Arrivò anche un venditore di popcorn assiro col suo carrello a motore e gli affari gli andarono piuttosto bene. L’incendio era magnifico, la notte perfetta, limpida e fredda, e nessuno poteva far nulla per contrastare il fuoco. Infuriò per un’ora, poi cominciò ad affievolirsi e verso le quattro del mattino, quando si era praticamente spento, mio zio decise di riportarci a casa. Arrivati alla porta vedemmo l’elegante armeno che lavorava da Gottschalks uscire in quel momento per dirigersi verso l’incendio. Ormai a guidarlo non rimaneva che un debole riverbero del cielo. Aspettammo che arrivasse all’altezza di casa nostra. L’uomo si era lavato e sbarbato, indossava abiti puliti. Aveva un aspetto impeccabile.
«Aram» chiese «dov’è l’incendio?»
Mio zio tirò fuori dalla tasca un fiammifero e l’accese strofinandolo sulla suola della scarpa. Poi gli porse il fiammifero acceso e disse: «Eccolo l’incendio, per te che devi sempre metterti in ghingheri. Ora vai a casa, svestiti e torna a letto».
Anni dopo, a proposito di quell’uomo, commentò: «Non so proprio che razza d’armeno potesse essere. Mi chiedo persino se fosse davvero armeno».
 
 

 

Comments

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scusa

(rebe, 2009-10-20 05:08)

sono echibocata la poesia parla di bicciicletta a beverly hills e mi devo scusare

CERTO QUELLO CHE DICE REBE

(RICCARDO, 2009-10-12 18:22)

IO ANCHE LO HO LETTO E SOLO PARLA DI FUOCO

PERCHE PARLA DI FUOCO

(REBECA, 2009-10-12 18:20)

SOLO VOGLIO DIRE CHE CUESTO RACCONTA SI TRATA DI FUOCO NON DI UNA BICICLETTA A BEVERLY HILLS
DOVEVERO CAMBIERE IL TITOLO E CHIAMRLO FUOCO IN CHINA

questo é vero

( Maria Gabriela, 2009-10-12 18:19)

prima di tutto questa storia non parla su una bicicletta o Beverly Hills, parla sopra tutto su gli incendi!!! =(