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LA GITA SCOLASTICA

2009-11-02
Gita di istruzione
 
30 marzo 1986
 Con gli anni mi sono fatto l'idea che la notte che precede la gita scolastica - «Gita di istruzione» corregge il preside ammonendoci: «Non dimenticatelo: la scuola non spende milioni per farvi divertire, ma perché i giovani vengano adeguatamente istruiti» - sia una not­te di saccheggio. Da dove potrebbero venire se non da salsamenterie con le saracinesche sventrate i salami, i provoloni, le pizze imbotti­te, i tramezzini a cinque strati, le crostate di mela, le uova sode sufficienti per un esercito, le lattine di birra, le bottiglie di vino e di superalcolici che stipano valigie e zaini degli studenti? Possibile che le famiglie abbiano tanti soldi da spendere per nutrire i loro figli?
 Ci penso scrutando giovani sovraccarichi, che di solito entrano alla seconda ora con tanto di R (ritardo), mentre puntualissimi ­ lunedì, ore 6,30 - già affollano la landa desolata dove sorge la nostra scuola, incuranti del freddo e della pioggia fastidiosa, preco­cemente primaverili nei vestiti da gitanti, cappelli con visiera da giocatori di baseball, certe radio giganti con registratore incorporato che cantano ad alto volume con la voce di Eros Ramazzotti: ­
Nato ai bordi di periferia, dove i tram non vanno avanti più.
Sono tutti pronti a partire, meta la splendida e istruttiva Verona che a ridosso di Pasqua, si sa, è un inferno. Più in là automobili di genitori anch'essi insonni sostano in disparte, con delicatezza, per non infastidire i figli con la loro presenza. Ogni tanto una voce: Deborah, lo vuoi l' ombrello? - che però non riceve risposta: di Deborah ce n'è tante, quella non è mia madre.
 Anche noi insegnanti accompagnatori in queste occasioni arrivia­mo puntuali come mai: l'anziano collega Sparanise elegante come se dovesse andare alla prima della Tosca, bocchino d'oro tra le lab­bra; il collega Storioni, feroce precario sempre in lotta, vestito para­militare, un cappello da cacciatore bianco come per il Camel Tro­phy; la collega Taddeo come se dovesse andare a sciare ma senza sci; il collega Vivaldi, fidanzato con la collega Taddeo, sul giovanile come al solito; io invecchiato anni '70 ma corretto per l'occasione da un paio di stivaletti ultima moda; padre Mattozzi in clergyman con questa missione affidatagli dal preside: impedire che Vivaldi e Taddeo si diano al concubinato sotto gli occhi dei ragazzi.
 ln attesa dei pullman Vivaldi e Taddeo si insultano pesantemente perché lei si è fatta accompagnare all' appuntamento in moto dal marito. Storioni si capisce subito che della gita, dell'istruzione, dei minori non gliene importa niente: lui è qui per divertirsi e non vuo­le essere seccato. Io ho messo alle orecchie la cuffia dell'allieva Fala­bella e ascolto: Adesso tu. Sicché i genitori ci osservano con sospetto e circondano subito l'anziano collega Sparanise, nonché padre Mat­tozzi, gli unici che danno qualche affidamento, ripetendo: attenzio­ne alla mia bambina, attenzione alla mia bambina.
l pullman compaiono alle otto: due lustri Mercedes granturismo. Arriva anche il dottor D'Alessio, gestore dell' agenzia "Il milione" che dice: «Il meglio, come si può vedere. Tutto al servizio della scuola. Beati voi insegnanti, in giro per l'Italia tutto spesato coi soldi dei contribuenti, allegria, sempre coi giovani, beati beati beati: il vostro sl che è un bel lavoro». Quando va via gli lanciamo dietro orribili bestemmie.
Poi, a un segnale di Vivaldi, gli studenti (novantadue), che hanno già divorato la metà delle provviste per ingannare l'ahesa, danno l'assalto ai pullman. Le coppie già costituite mirano ai posti in fondo come al cinema. Scoppiano litigi perché i posti sono già stati occupati da coppie che vorrebbero costituirsi. Alcuni finiscono tra gruppi nemici o estranei gridando: voglio cambiare posto. Si fanno trasbor­di da un pullman all'altro, si passa all'appello e al contrappello. Il tutto mentre padre Mattozzi tranquillizza i genitori vantando la sua grande esperienza nelle gite a famosi santuari come Lourdes e ripe­tendo spesso: «Certo tutto questo disordine nelle gite scolastiche delle scuole private non c'è. Noi (intende: noi clero) sappiamo il fatto nostro».
Intanto l'autista del primo pullman, una persona anziana, si carat­terizza subito come uno che dice porcherie alle ragazze. Quello del secondo, giovane e taciturno, si è limitato a dichiarare: se quando guida vola una mosca, lui la schiaccia, è chiaro? e ha roteato gli occhi in modo inquietante.
 Ma finalmente siamo pronti alla partenza. Quand' ecco che Marti­nelli Stefy a cui tanto tempo abbiamo dedicato noi della sinistra patetica per approfondire i suoi gravi problemi sentimentali nel cor­so di quest'anno scolastico, mi tira da parte fiduciosa e dice: «Può venire anche lui?» Questo lui è uno sui trent' anni tutto vestito di nero in pelle con borchie che sembra Scialpi: «No east, no west, we are the best, ognuno al mondo un posto avrà». Mi sta piantato davanti cupo mentre dai pullman le ragazze sospirano dicendo: co­m'è bello. «Questa è una gita di istruzione» rispondo «non di piace­re: niente estranei». Il lui di Martinelli recita con voce roca: «Mac­chiccazzosei? Maccheccazzovuoi?». «I carabinieri» dico io. «Chiama­te i carabinieri». Vivaldi corre subito a darmi man forte. Allora la discussione prende un'altra piega che è questa: e voi sareste inse­gnanti democratici e di sinistra? Con interventi delle amiche di Mar­tinelli che dicono: tutto l'anno a predicare: apriti di qua, esponi i tuoi problemi di là, e poi quando si viene al dunque: fascisti. Si aggiunge il feroce precario Storioni che sfodera uno slogan del pas­sato: via via / la nuova polizia. Poi, graziaddio, padre Mattozzi rico­nosce nel giovane il figlio di un suo parrocchiano, lo prende sotto­braccio e gli mormora: «Capisco la tua sofferenza, figliolo, ma».
Alle 9,30 si parte. Vivaldi, Taddeo e io siamo già un po' avviliti perché Martinelli Stefy non ci parla più. L'allievo Cardinale Pasqua­le mi rimprovera: «Però non doveva reprimere i suoi sentimenti e la sua sessualità».
 Una volta in autostrada i ragazzi si dispongono per affrontare il lungo viaggio di istruzione. Nelle ultime file ci si scambia lunghi baci ma lasciando un po' di posto all'allievo Di Marco per fare gesti osceni a tutti quelli che sorpassiamo. Al centro invece un folto grup­po guidato dall'allievo Silvestrone suona con la bocca (tum tum ciaf ciaf) Living in America di James Brown: soundtrack, mi informa Car­dinale («colonna sonora» traduce per farmi capire) di Rocky IV. Tim­ballo Daniele, perennemente in crisi puberale, urla da solo, in piedi, accanto all'autista nervosissimo: «Voglio una vita spericolata, voglio una vita co me quella dei film, voglio una vita esagerata, voglio una vita come Steve McQueen».    .
Alle 14 parcheggiamo in un'area di ristoro con un enorme auto­grill Pavesi. L'autista giovane e taciturno vaneggia: «Non ce la fac­cio più, mi scoppia la testa». Quello anziano sbava dietro le ragazze. Tutti e novantadue gli studenti si fiondano ai cessi dove incrociano, tra l'altro, altri studenti in gita scolastica. I cessi si intasano in due minuti, le sorveglianti bestemmiano, comitive di turisti risalgono in fretta sui loro pullman in cerca d'altri cessi.
La banda di Di Marco e Silvestrone comincia a fare la spola dal­l'autogrill ai pullman e dai pullman all' autogrill. A ogni spedizione tornano coi piumoni sempre più gonfi: coca cola, aranciate, chili di caramelle, salami, un prosciutto, due leccalecca di dimensioni enor­mi. «Che combinate?» chiedo io guardando con apprensione una pan­tera della polizia a pochi passi. «Spesa proletaria» risponde Di Mar­co sicuro della mia complicità. Io sto per dire: «Te la do io la spesa proletaria», ma poi mi consulto prima con Vivaldi e decidiamo: si­lenzio e complicità, le nostre azioni sono già in ribasso: non è possi­bile ritrovarci nella stessa giornata, senza traumi, contro la libera espansione della sessualità e contro la spesa proletaria. Sicché «Spe­sa proletaria» diciamo con la gola secca. E pensiamo: sono le parole che si sono allontanate dalle cose e vanno per la loro strada o noi ci siamo allontanati dalle cose e dalle parole e chissà dove stiamo andando a parare?
Intanto Timballo crede di aver fatto colpo su una studentessa che appartiene a un' altra gita di istruzione diretta ad Aosta e mi chiede: «Posso andare ad Aosta con lei e poi vi raggiungo a Vero­na?». Quindi canticchia: voglio una vita come Steve McQueen. Nemmeno gli rispondo. Sono troppo occupato a vedere come Germani Ursula familiarizza con un teppista su un'honda: ecco che già parte con lui per un giro di prova sul piazzale. Allora io e Vivaldi scattiamo dietro la moto, ansimando; perché se Germani Ursula casca e muore, noi finiamo in galera capito?, diciamo al teppista che però se ne frega.
 
Alle 15,30 ripartiamo dopo aver fatto l'appello. «Astarita!» «Pre­sente». «Bisceglie!» «Presente». Tutti presenti. Alle 15,45 si scopre: Germani Ursula non c'è. Ordiniamo all'autista di uscire al primo casello, torniamo indietro, usciamo di nuovo, rientriamo ed eccoci daccapo all' autogrill. Germani non si è nemmeno accorta della no­stra partenza: è lì sul piazzale che scorrazza col teppista in honda. Redarguita aspramente dice: questa non è una gita; è Alcatraz.
 Dopo altre soste come questa, nel corso delle quali Di Marco, e Silvestrone trasformano il pullman in succursale degli autogrill, arriviamo a Verona alle 23. Il nostro albergo, 2acategoria extralus­so a parere del dottor D'Alessio, è un enorme ostello in periferia con stanzoni e letti a castello. «Ragazzi» dice il portiere di notte, «massimo silenzio perché ho una compagnia di tedeschi che non vuole essere disturbata». Esplode subito un boato di voci per l'assegnazio­ne delle stanze: gli amici vogliono stare con gli amici, le coppie, se proprio non si può dormire insieme, non vogliono avere camere troppo distanti. Insomma all'una i ragazzi sono nelle stanze. Allora tocca a noi insegnanti: Taddeo in una singola, padre Mattozzi con Vivaldi perché così è sicuro che nottetempo quello non va da Tad­deo con grave scandalo, Storioni finisce in camera con Sparanise che russa, io dormo in una stanza proprio accanto agli autisti per sorvegliare che l'anziano non vada a dare fastidio alle ragazze.
Mi sono appena assopito quand'ecco che telefona il portiere di notte. E' tempestato da telefonate di tedeschi che dicono: troppo chiasso, volere dormire. Ci ritroviamo tutti noi docenti in pigiama a dare una controllatina, tranne Taddeo che indossa una vaporosa vestaglia. Porte che sbattono, corse per i corridoi, urla femminili di aiuto aiuto, risate, musica ad altissimo volume, stornelli contro me e Vivaldi definiti, sempre su consiglio di Storioni, «la nuova polizia».
Appena si sentono i nostri passi di secondini, cade un terribile silenzio. Da una porta arrivano sghignazzate a stento soffocate. Mi ci avvento. Germani Ursula e Falabella Deborah sono a letto con belle camicine da notte. ln piedi, vestiti di tutto punto, ci sono Di Marco, Silvestrone, Astarita e Marchionne. «Teppisti» dico, «fuori dalla camera delle ragazze». «Veramente» dice Di Marco «la camera è nostra». Germani mi rimprovera perché sono entrato senza bussare.
Dopo una lunga ricognizione che porta padre Mattozzi a scoprire l'anziano autista in amichevoli conversari con tre ragazzine che sta­vano andando al bagno, l'autista giovane e taciturno nella camera di Martinelli Stefy e delle sue amiche del cuore a raccontare loro la sua vita grama, Cardinale Pasquale che già dormiva in cuccetta con Falabella Deborah, otteniamo ordine e disciplina intorno alle 4,30. Rientriamo nelle nostre camere stremati. Subito ricominciano a sbattere le porte: scalpiccii, urla, invocazioni.
Passano dieci minuti e arriva padre Mattozzi trafelato che quasi sfonda la porta e dice: mi sono perso Vivaldi, dov'è? «Dovunque sia, non me ne frega niente» rispondo e lui se ne va chiedendosi: benedetto uomo, dove s'è ficcato? Allora ritelefona il portiere di notte urlando: «Se continua così, sguinzaglio il mio mastino napole­tano». «Lei ha un mastino napoletano? Lo sguinzagli» gli dico. E non apro nemmeno a Sparanise che supplica: «Aprimi, aprimi, c'è un mastino per i corridoi». «E tu che ci fai per i corridoi?» lo rimprovero e mi addormento tra passi di corsa e un feroce ringhiare.
Il giorno dopo mi sveglio alle 11. Corro giù in portineria convinto che tutti stiano già visitando Verona senza di me. Ma il portiere dice: «Non s'è visto nessuno; o se li è mangiati il mastino o dormo­no ancora».
Nella hall c'è solo Timballo Daniele che sfumacchia da uomo rotto a tutte le avventure e come per dire: sono Steve McQueen. Lo vedo e solo adesso mi rendo conto che questo ragazzo in perenne età critica ce l'eravamo perso per strada e non ce ne eravamo accorti.
Infatti lui mi racconta di come sia andato ad Aosta col pullman della bella che aveva sedotto all'autogrill e poi ci abbia raggiunto, qui a Verona in autostop. Quindi conclude malinconicamente: «Alla radio hanno detto che è scoppiata la guerra tra Libia e Usl».
 Quanto, mi ci sarà voluto per capire che la Libia non era in armi contro un'unità sanitaria locale ma contro gli Usa? Due secondi: poi ho chiesto al portiere di attaccarsi al telefono svegliando tutti per convocare: assemblea, assemblea, la situazione è grave. Due ore dopo novantadue ragazzi morti di sonno con in testa padre Mattoz­zi, Vivaldi, Taddeo, Storioni, Sparanise che mi guarda in cagnesco, apprendono la grave minaccia di guerra nel Mediterraneo. Io e Vivaldi diciamo: l'imperialismo Usa, guerrafondai, che ci fanno a tantl chilometri da casa loro. Padre Mattozzi dice: la libertà, la fratellan­za, pace, pace, è Pasqua. Il direttore dell'albergo, che ha fatto una veloce ricognizione per le stanze, dice: allagate, letti e comodml sfa­sciati, impronte di scarpe anche sul soffitto: come hanno fatto a camminarci? «Signori, altro che guerra nel Mediterraneo. Qui biso­gna pagare i danni». Di Marco e la sua banda dicono che a loro degli Usa non gliene importa niente: però tifano per Rambo. E Ger­mani Ursula interviene dicendo: perché Timballo non è stato redar­guito per la sua fuga ad Aosta e lei sì per il suo flirt col teppista in honda? E deduce che sono misogino, antifemminista, un po' fa­scista.
Allora rinunciamo all' assemblea istruttiva sulla guerra nel Medi­terraneo e andiamo a pranzo: un pranzo da caserma per i ragazzi, bocconcini per noi professori con inchini da parte dei camerieri. E ora visitiamo Verona - ordiniamo. Sì, sì. Vanno in camera a prepararsi e settanta non scendono più. Gli altri ventidue tra cui Falabella Deborah e Germani Ursula ricompaiono perché non posso­no lasciare Verona se non vedono la casa di Giulietta e Romeo. Quindici li perdiamo per strada. Ai cinque rimasti leggiamo dalla guida del Tci la descrizione del portale di San Zeno. Poi passeggia­mo fino a sera in attesa di cenare e andare in discoteca. Ogni tanto incrociamo bande di gitanti che cantano canzonacce e riconosciamo i nostri studenti, ma anche loro ci vedono e si dileguano tra la folla di turisti facendo gestacci. Segue cena in albergo: anche questa da caserma. Martinelli, muta perché non le ho permesso di portarsi in gita il fidanzato, non ha messo mai il naso fuori della sua stanza se non per mangiare. Non verrà nemmeno in discoteca, dove padre Mattozzi mostrerà di saper fare tutti i balli come se fosse Fred Astaire. Torniamo in albergo alle 2 con studenti e studentesse che vomitano tutti i superalcolici che si sono scolati. Della bolgia che segue fino alle 5 del mattino è inutile dire. Vivaldi è inseguito dal mastino napoletano di corridoio in corridoio per tutta la notte. Si salva chiu­dendosi in un cesso: voleva raggiungere la camera della collega Tad­deo ma non ce l'ha fatta.
Mercoledì si riparte, verdi per la stanchezza. Unica consolazione per noi della sinistra patetica: la nostra pupilla Martinelli riacquista la parola e dice: voglio fare delle foto-ricordo ai professori. Noi consentiamo. Io, Storioni, Vivaldi, Sparanise, Taddeo e padre Mattozzi ci intrecciamo in un abbraccio a catena e sorridiamo all'obiettivo. Poi tocca a Vivaldi e Taddeo da soli che si guardano negli occhi. Poi a me e a Vivaldi che baciamo Taddeo, una guancia per ciascuno. Poi io, Storioni e Vivaldi fingiamo di ridere: ah come ci siamo di­vertiti. E Martinelli scatta, scatta, scatta. E noi sempre lì in posa: chi si pettina, chi si aggiusta, chi sta sempre a guardare l' orizzonte col profilo buono. Ci infastidisce solo che dietro Martinelli si siano sistemati tutti gli studenti come a teatro e sghignazzino. «Basta» diciamo. «Martinelli, stai consumando tutto il tua rullino per noi». «Quale rullino?» dice Martinelli. E mostra la macchina fotografica vuota.
Il viaggio di ritorno, a meno che non sia quello di Odisseo, si racconta in due righe: queste.
 
 
Da: Domenico Starnone, Ex cattedra, Torino, 1987, pp. 92-99.
 
 

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